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di Alessio De Luca, Riccardo Saccone - Slc Cgil Nazionale
Il dibattito aperto in categoria dallo scambio di ragionamenti su e tra i giovani stimola a contribuire con ulteriori argomentazioni.
Il XVI doveva essere il Congresso degli "apparati", doveva somigliare per "contesto politico sfavorevole" al XV Congresso: di basso profilo, privo di una dialettica vera, figlio di un accordo ai vertici che avrebbe dovuto garantire le diverse anime tacitando ogni forma di confronto passionale. Il confronto su 2 Mozioni, e di conseguenza gli argomenti in discussione in queste settimane, invece, stanno dando vita ad un Congresso vivace. Nell'ultimo direttivo nazionale si è vagliato di procedere all'individuazione di una data per lo Sciopero Generale, proposta consegnata alla discussione dai Compagni Firmatari la Mozione 2 nel Direttivo antecedente. In quell'occasione si è rifiutato il dibattito ma evidentemente si sono create le condizioni per far sviluppare l'iniziativa.
Sul Documento "Appello per un reale rinnovamento generazionale" di Alessandro Genovesi si sono innescati una discussione ed un confronto con teorie alternative, a partire dalle quali si stanno sviluppando ragionamenti interessanti, tutti volti ad affermare "un di più" di rinnovamento generazionale, a testimonianza del fatto che il problema esiste e che quanto fatto, ancora non basta. La riduzione dei Contratti, il Modello Contrattuale, i beni pubblici, il rapporto tra quanto predicato e quanto realmente praticato, sono tutti elementi che stanno trovando spazio nei ragionamenti dei gruppi dirigenti e che soprattutto, entro il 15 febbraio, "invaderanno" i luoghi di lavoro, proponendo alle lavoratrici ed ai lavoratori di immaginare il proprio futuro e quello del sindacato che dovrà rispondere alla crisi.
Il dibattito, nonostante quanto affermato da qualcuno, sta prendendo forma, consentendo di confrontarsi sul significato stesso del sindacato. Un argomento su tutti: la volontà di ricondurre a regola generale il modello contrattuale, questione che in questi ultimi mesi ha visto pericolosi scivolamenti, ultimo esempio il Contratto dei chimici, fortemente criticato per il suo impianto che segna un picco nello scivolamento verso un'accettazione prona del nuovo modello contrattuale (accordo separato). Questa condizione non può che ricondurre ad un ragionamento, da farsi obbligatoriamente nel congresso, sulla capacità dell'organizzazione di rendere omogenee le politiche e far vivere a pieno il senso di confederalità. Starà poi all'intelligenza dei gruppi dirigenti sostenere una sana discussione piuttosto che lo scontro e le conte di apparati, evitando facili luoghi comuni e chiamate all'ordine che certo non risolvono i problemi.
La Nostra grande organizzazione ha vissuto nella sua storia momenti molto più difficili di quello attuale. Senza necessariamente voler parlare del "ventennio", basti pensare all'immediato dopoguerra: il mondo diviso in blocchi, la scissione del sindacato unico e la costituzione di Cisl e Uil (che danno il via ad accordi separati moderati), il Governo nemico, i padroni che isolavano e licenziavano i delegati della Cgil, le sconfitte alle elezioni in Fiat nel '55 e '56. Nonostante questo, allora la Cgil seppe dare una risposta adeguata grazie alla sua capacità autocritica e dialettica. La Cgil di Di Vittorio seppe discutere senza mai censurare, discutere anche aspramente senza mai "mettere al rogo" chi la pensava diversamente. Nel '56 riuscì a tenere i socialisti dentro l'organizzazione nonostante le spinte della politica per i fatti d'Ungheria. Quella Cgil non si fece assediare e usci dall'isolamento grazie al Piano Per il Lavoro, e dopo le sconfitte in Fiat, seppe ripensare la propria forma organizzativa ed il proprio progetto politico, trasformando un sindacato rivolto soprattutto alle politiche generali anche in un sindacato dei lavoratori, capace di trovare risposte per i bisogni immediati agendo sulla quotidiana vertenzialità e valorizzando il ruolo dei delegati e le trattative aziendali. E di esempi come questo ve ne sono molti: il superamento dei consigli e la rivitalizzazione del sindacato sui luoghi di lavoro tramite le RSU; la discussione sulle cattedrali nel deserto che tanto avevano affascinato anche il sindacato nel Sud Italia; il nuovo rapporto tra produzione, ambiente e impronta ecologica, ecc.
Crediamo che i giovani debbano trarre insegnamento dalla storia della CGIL e saperla tradurre per interpretare il proprio tempo. In questa fase va costruito qualcosa che risponda ai bisogni dei lavoratori. I giovani, in quanto tali, debbono essere fautori del rinnovamento: provando a rappresentare le realtà emergenti, devono aiutare la Cgil a trovare la giusta direzione, certo non da soli, ma partendo da se stessi, dalle proprie specificità, come ben ci ha insegnato il movimento delle donne. Crediamo che se non si sarà in grado di fare questo la Cgil sarà destinata ad un ruolo marginale nella società. Non basteranno i corsi di formazione (che pure vanno fatti e di più), non basteranno i ricordi e non basterà la volontà di chi oggi determina le nostre politiche a salvaguardare il più grande sindacato d'Europa con tutto il suo vissuto.
Il mondo cambia: Cisl e Uil hanno dato una loro risposta, la politica ha dato una sua risposta, a nostro avviso entrambe sbagliate. Di contro noi stiamo semplicemente sopravvivendo in attesa di un cambiamento di quadro a noi favorevole.
I nostri genitori, negli anni 60/70, e i nostri nonni, negli anni 40/50, ci hanno indicato con il loro agire che le giovani generazioni devono conquistarsi il proprio futuro, alle volte anche con la "forza", alle volte "lottando" con chi le ha precedute. L'interpretazione del proprio tempo è un compito generazionale, il fallimento e l'assenza di elaborazione di una intera generazione rischiano di essere pagati con un arretramento non recuperabile, arretramento che già oggi produce i primi danni. La nostra, infatti, è la prima generazione dal dopoguerra che ha prospettive inferiori rispetto alla precedente.
Banalizziamo e argomentiamo 3 punti che riguardano i giovani ma non solo:
- Il modello contrattuale: Qual'è? Crediamo la domanda sia lecita, visto che il vecchio (1993) è evidentemente morto al di là delle diverse opinioni sulla sua funzionalità; il nuovo non ci va bene e giustamente non l'abbiamo sottoscritto; la piattaforma di settembre era un compromesso con Cisl e Uil e non è mai stata votata dai lavoratori. In questa indeterminatezza si lascia alle singole categorie la scelta su come affrontare la contrattazione, esponendo i più deboli al massacro e creando comunque condizioni di disparità insanabili nel quadro dato.
- La precarietà: Fino a quando i giovani dovranno caricarsene quasi interamente gli oneri? Perché non debbono essere le categorie ad occuparsi di tali condizioni? Con Nidil abbiamo prodotto l'ennesima divisione tra i lavoratori, nulla da dire sullo sforzo dei Compagni che in quella "categoria" militano, ma evidentemente il modello non funziona. La forza dello Spi, categoria in totale discontinuità con l'esperienza lavorativa dei propri associati, in rappresentanza di una "generazione", determina pesantemente le politiche della Cgil; ci si permetta la forzatura, sicuramente non la determina costruendo politiche prioritariamente a favore dei giovani. E' evidente che il proliferare di centri di decisione e di trattativa minano la forza del sindacato.
La filiera produttiva va riunita e i contratti vanno ridotti; qualcuno una volta diceva: lavoratori di tutto il mondo unitevi!!! Forse la Cgil dovrebbe fare lo sforzo di riunire le generazioni attraverso nuove forme organizzative, evitando lo scontro generazionale (elemento rafforzativo ed ideologico delle destre), magari iniziando ad evitare di utilizzare i numeri del sindacato dei pensionati per scelte che riguardano gli "attivi", costruendo, insomma, le condizioni perché i giovani possano lottare per la dignità dei pensionati e viceversa.
- Le pensioni: I giovani non avranno una pensione adeguata per vivere dignitosamente la propria vecchiaia. Al contempo, con i loro contributi, stanno pagando una pensione "appena dignitosa" alla maggior parte dei pensionati attuali. Chi ha deciso che quel modello (Dini 1995) fosse giusto? Chi ha scelto per i giovani della nostra organizzazione? Noi (in rappresentanza di giovani e meno giovani), che ci ritroveremo una pensione di gran lunga al di sotto del 60% del reddito attuale e che continueremo a vedere tale pensione diminuire in funzione della riduzione dei coefficienti, abbiamo fatto tutto il possibile per tutelarci???
Queste sono questioni delle quali non possiamo che discutere. Chi vuole semplicemente celebrare la grandezza della Cgil perde una occasione. Il tempo delle autocelebrazioni è finito, bisogna rispondere ad una semplice domanda: come è possibile che a fronte dei più potenti e rappresentativi sindacati di Europa i lavoratori italiani abbiano i redditi più bassi?
Semplicemente, vi diciamo, dibattiamo civilmente di questi argomenti nel congresso. E' quello il luogo della discussione. E' quello il luogo delle scelte democratiche e impegnative. |