| NON DIVIDIAMOCI DI FRONTE AL RICATTO DELLA FIAT |
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di Mirto Bassoli, Segretario Generale Cgil Reggio Emilia Non mi convincono alcuni dei contenuti dell’intervista rilasciata da Susanna Camusso al Corriere della Sera di domenica scorsa e in occasione di altre recenti dichiarazioni pubbliche riferite alla vicenda Fiat. La prima questione riguarda l’uso della categoria della “sconfitta”. Già altre volte ho sentito evocare l’autocritica di Di Vittorio del ’55, dopo la sconfitta Fiom nel voto alla Fiat, come un riferimento utile per leggere anche lo stato della vertenza in atto in questi mesi. Certo, si respira un clima da anni ’50 ed è esplicito il tentativo di colpire direttamente la Fiom e la Cgil nel nostro diritto di esistere. Ma nè il ’55, né l’80 (aggiungo io) possono essere paragonati allo stadio nel qualesiamo nell’attuale scontro con la Fiat. Ciò che sta accadendo oggi nel primo gruppo industriale del paese è riconducibile al tentativo di imprimere una svolta autoritaria e antidemocratica, perciò contrario ai principi di libertà, nel sistema di relazioni sindacali e di contrattazione nel contro paese. E’ un’offensiva, quella in atto, che richiede una risposta di tutta la Cgil, perché è evidente l’intenzione di far passare un modello di valenza generale, per tutto il mondo del lavoro dipendente. Definire il frutto di questa strategia, a noi avversa, una sconfitta per la Fiom e, quindi, una vittoria degli altri, presuppone ritenere non praticabile un disegno alternativo e considerare quel punto di attestazione non più scalfibile nella sostanza. Non mi pare che questa possa essere né la nostra posizione, né la nostra prospettiva. Citare Di Vittorio può, viceversa, avere un significato utile in questo frangente se partiamo da un presupposto: il profilo dell’attacco in atto, il processo di riduzione della contrattazione collettiva, di radicale messa in discussione dei contratti nazionali, di diritti fondamentali (pensiamo a quello che è avvenuto con il Collegato Lavoro e quel che si annuncia con lo Statuto dei Lavori) può produrre uno spiazzamento di natura epocale della nostra strategia, della cultura sindacale e contrattuale della nostra organizzazione. Questo richiede un ripensamento radicale della nostra impostazione e della proposta che proviamo a tenere in campo. Ma se è così, allora quella che rischia di essere “sconfitta” è tutta la concezione della contrattazione della Cgil, non quella della Fiom. Seconda questione: la proposta di riconoscere l’esito del referendum e, in caso di vittoria del sì, procedere alla “firma tecnica”. La Fiom ha valutato illegittimo quel referendum. Io sono d’accordo per diverse ragioni: • L’intesa alla quale si riferisce non è paragonabile ad altri accordi separati che quella stessa Categoria ha subito in passato. In questo caso sono in gioco diritti indisponibili che rappresentano un fatto assai più grave di un, pur pesantissimo, peggioramento dei diritti e delle condizioni di lavoro contenute nell’intesa sottoscritta da Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Sono in gioco principi fondamentali che la Cgil è tenuta a preservare. • Ma il punto è anche un altro. Che quel referendum sia una finzione, qualcosa di grottesco, lo ha chiarito molto bene Marchionne, precisando che è ammesso un solo esito: il “sì”. Perché in caso contrario, semplicemente, la fabbrica scompare. Ora, mi domando, se questo modello dovesse passare e andare oltre la Fiat; se succedesse che altri imprenditori dovessero scegliere di praticarlo (dentro questa crisi le tentazioni potrebbero essere consistenti e i segnali sono già numerosi); e, casomai, questo dovesse accadere in aziende dove la Fiom, o un’altra categoria della Cgil, fosse ancor più rappresentativa di quanto accade in Fiat, noi pensiamo di cavarcela con firme tecniche, pur di non rimanere fuori, o pensiamo di rovesciare con la mobilitazione una siffatta prospettiva? • Per le caratteristiche che ha l’intesa separata, anche se ci fosse “concessa” una firma tecnica o con riserva, non avremmo comunque gli strumenti per intervenire sulla condizione dei lavoratori e a tutela dei loro diritti. • Saremmo comunque nelle condizioni di compiere un atto di resa alle condizioni imposte dalla Fiat, che peraltro mantiene una oscura strategia sulle reali prospettive del gruppo: un tunnel in fondo al quale rischiamo di trovarci di fronte alla vendita di Fiat alla Chrysler e non viceversa. Infine – terza questione – come sta insieme la proposta del Segretario generale con le decisioni già assunte dal Comitato Centrale Fiom, in particolare la scelta di proclamare lo sciopero generale della categoria il 28 gennaio 2011. Qual è il messaggio che arriva alle/i lavoratrici/ori se, mentre si prepara lo sciopero e si fanno le assemblee nei luoghi di lavoro, si percepisce che dentro alla Cgil ci sono due posizioni diverse, non sul giudizio relativo all’intesa, ma certamente sulla strategia da seguire? E come possono leggere questo, innanzitutto, le stesse lavoratrici e lavoratori della Fiat che nelle prossime settimane saranno chiamati ad esprimersi in quel pur anomalo referendum? Temo che si stia ripetendo una scena già vista in occasione del Protocollo sul Welfare del 2007, a parti invertite: allora un accordo interconfederale, la cui titolarità era della Confederazione; oggi un accordo di Categoria, sul quale legittimamente si è pronunciato l’Organismo della Fiom. La vicenda del 2007 ha generato modifiche statutarie votate a maggioranza nell’ultimo Congresso e, sulle quali, si è molto discusso e ci si è anche divisi nell’ultimo Comitato Direttivo della Cgil. Non è quindi ripetendo quello stesso schema a parti invertite che usciamo da questa complessa situazione. E neppure ritengo giusto accreditare l’idea che in Fiom ci sia una “discussione aperta”, quando in realtà siamo di fronte ad un pronunciamento a larghissima maggioranza del suo Organismo Dirigente, senza nessun voto contrario. Io credo, in definitiva, che la Cgil debba prender di petto la situazione che si è venuta a determinare, dopo la scelta di Fiat (insieme a Confindustria) di produrre questa gravissima lesione democratica. Facciamo però la discussione negli Organismi Dirigenti, ad ogni livello, non mettendo in campo posizioni che, seppur autorevoli, non hanno alla base un reale confronto democratico dentro alla nostra Organizzazione. E, aggiungo, acceleriamo i tempi della messa in campo della proposta della Cgil su democrazia/rappresentanza e contrattazione, come parte della costruzione di una idea alternativa di modello sociale e di fuoriuscita dalla crisi. Di questo c’è bisogno, per aprire nel paese una grande campagna a difesa del lavoro, delle libertà e della democrazia, come credo a noi, alla Cgil, compete in primo luogo, per non lasciare soli le lavoratrici e i lavoratori della Fiat e la stessa Fiom. Di questo c’è bisogno per contrastare con la forza necessaria le tesi sostenute dal Governo (mi riferisco, da ultimo, all’incredibile intervista del Ministro Sacconi su Repubblica del 4 gennaio 2011), con la pretesa di liquidare alcuni decenni di storia delle relazioni sindacali e di costruzione dei diritti nel nostro paese.
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