| Assemblea fondativa Area Programmatica "La Cgil che vogliamo" |
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Si è tenuta oggi, 6 luglio 2010, presso l'Hotel Parco dei Principi, in Roma, l'assemblea fondativa dell'area programmatica "la Cgil che vogliamo". Documento costitutivo area programmatica - La CGIL che vogliamo (54.8 kB) La CGIL deve affrontare una fase di straordinaria gravità sul piano economico, produttivo, politico e sociale. E' il modello economico neoliberista che,accentuando le disuguaglianze e svalorizzando il lavoro, porta in pieno la responsabilità dell'esplodere devastante della crisi finanziaria ed è a questo modello che occorre contrapporre una strutturata alternativa. I rimedi fin qui adottati dai Governi di tutto il mondo non hanno né aggredito in profondità le cause né tanto meno impostato una radicale trasformazione di equilibri e assetti sociali:i reiterati fallimenti dei vertici internazionali continuano a registrare difformità profonde su come equilibrare politiche di bilancio e sviluppo, su quali nuove regole dettare ai mercati. Servirebbe,invece, la definizione di un nuovo ordine mondiale fondato sulla riforma delle grandi istituzioni finanziarie, sulla definizione di regole dei mercati globali,per realizzare uno sviluppo sostenibile sul piano sociale e ambientale. Riduzione delle disuguaglianze tra le diverse aree geografiche e all'interno delle stesse, emancipazione dalle condizioni di estrema povertà,estensione dei diritti del lavoro devono essere obiettivi da perseguire con determinazione. L'Europa dimostra una pesantissima arretratezza sul piano politico, economico e sociale: l'eurozona non ha autorevolezza e sovranità politica da spendere coi mercati,non riesce a trasformare il rigore di bilancio in politiche per la crescita, è solo disposta a sacrificare il proprio modello sociale.
Il risultato è che si deprime lo sviluppo con politiche regressive di bilancio, trascurando il peso economico produttivo e sociale della deflazione,della bassa crescita, dell'aumento della disoccupazione, del consistente impoverimento del lavoro dipendente e delle pensioni e puntando su una competizione fondata sulla progressiva contrazione di costi e diritti del lavoro. Servirebbe,invece, oggi più che mai, la costruzione di un'Europa politica, dotata di poteri e strumenti in grado di realizzare grandi progetti di innovazione infrastrutturale,di ricerca, di servizi avanzati e di coordinare politiche fiscali e di bilancio. Un'Europa che decida di investire sulla qualità delle produzioni,sulla sostenibilità dello sviluppo, sul potenziamento del proprio modello sociale. l caso di Pomigliano d'Arco è assolutamente emblematico. La grande impresa decide definitivamente di competere sulla riduzione dei costi e dei diritti, il Governo cavalca questa sciagurata strategia per incassarne il risultato sul piano dell'impianto legislativo e degli assetti contrattuali, l'opposizione commette il grave errore politico di circoscrivere e sottovalutare la portata politica dell'operazione. In questo scontato scenario ha fatto irruzione il voto dei lavoratori in carne e ossa: non si regge un'alternativa tra diritto al lavoro e diritti sul lavoro, si può lavorare e produrre senza derogare leggi e contratto nazionale,non è inseguendo la Polonia che insegue la Cina che si costruisce il futuro. La nettezza della posizione della FIOM è stata premiata da questa espressione di voto.La CGIL ha confermato la sua tendenza ai continui aggiustamenti tattici, ondeggiando in dichiarazioni ambigue e possibiliste,quando non esplicitamente favorevoli,prima , durante e persino dopo il referendum. Quanto accaduto segue, non casualmente, la vicenda del blocco della contrattazione nazionale ed integrativa e del licenziamento di quarantacinquemila precari nel lavoro pubblico. L'attacco gravissimo portato contemporaneamente ai due settori portanti del lavoro pubblico e privato oltre a confermare la linea del governo di abbandonare definitivamente il modello sociale alla base del patto di cittadinanza del nostro Paese, attraverso la demolizione di ciò che resta del welfare pubblico, evidenzia con nettezza la crisi dell'attuale struttura della contrattazione e in particolare del contratto nazionale, considerato dal governo e dalle imprese, un vincolo intollerabile del quale occorre liberarsi. Del resto proprio la necessità di riconquistare un nuovo sistema contrattuale era ed è al centro dell'iniziativa assunta nel congresso dai sostenitori della mozione La CGIL che vogliamo e conferma l'analisi della fase che abbiamo prospettato, motivandoci ulteriormente nella continuità della nostra iniziativa. Si prepara un autunno particolarmente duro, nel quale arriveranno a definizione le scelte del Governo e della Confindustria,col sostanziale assenso di CISL e UIL, tese a ulteriormente svalorizzare il lavoro, a ridurre diritti e tutele, a vanificare la contrattazione. A questi obiettivi di fondo corrispondono , in una logica sequenza, l'accordo separato sul modello contrattuale,la riforma del processo del lavoro, il collegato lavoro, le ipotesi sullo Statuto dei Lavori che di fatto disegnano con organica strategia un nuovo modello neocorporativo che modifica profondamente ruolo e funzioni del sindacato e destruttura i diritti individuali e collettivi dei lavoratori. Restringere gli spazi di democrazia nel lavoro si inserisce in un attacco senza precedenti nella storia repubblicana alla democrazia rappresentativa,alla Costituzione, alle Istituzioni e all'equilibrio dei poteri, alla libertà di stampa. E' così che si configura un sistema plebiscitario e populista, che condiziona la cultura profonda di una società sempre più individualista, frammentata preda di sfiducia e paura e dunque incapace di una visione collettiva e solidale sul futuro. La Finanziaria 2011, rinunciando di fatto ad una seria lotta all'evasione fiscale concentra il reperimento delle risorse rese necessarie dalle scelte sbagliate compiute dal Governo medesimo in una serie indiscriminata di tagli alla spesa pubblica. Dunque,netto peggioramento delle condizioni materiali dei lavoratori pubblici, aumento della disoccupazione , riduzione significativa delle rete protettiva degli ammortizzatori sociali, contrazione degli investimenti nella Scuola, Università, Ricerca. Insomma, un danno per l'oggi e una pesante ipoteca sul futuro. Se questo è il quadro, la risposta della CGIL dev'essere molto più forte e incisiva sul piano dell'analisi, delle proposte, dell'iniziativa di quanto finora non sia stata e di quanto non emerga dalle conclusioni del recente Congresso, superato e liquidato nei suoi confusi e concilianti messaggi dalla prepotenza della realtà. Restano pertanto confermate tutte le motivazioni per proseguire la nostra iniziativa all'interno della CGIL. Continuiamo a pensare che, per uscire dalla perdurante condizione di autoreferenzialità e ininfluenza politica, occorra la discontinuità da noi ricercata, la riflessione strategica che non si è riusciti a svolgere fino in fondo al congresso,il il cambiamento significativo delle modalità della nostra vita democratica. E' per questa ragione che riteniamo necessario tenere in campo un'alternativa che ricerchi anche più ampi punti di convergenza ed eserciti fino in fondo una funzione propositiva verso il complesso dell'Organizzazione e consideriamo coerente questa impostazione con l'essere usciti dal Congresso con un netto dissenso sulla linea politica della maggioranza.. Esercitare una funzione propositiva significa recuperare i cardini fondamentali indicati nel nostro documento:discontinuità, cambiamento e innovazione. Su questa base siamo chiamati ad un livello più alto di responsabilità programmatica,in un percorso di approfondimento e aggiornamento dei contenuti Alle grandi priorità di questa fase, riduzione delle disuguaglianze,incremento dei redditi da lavoro dipendente e delle pensioni attraverso politiche fiscali e contrattuali, riunificazione del mercato del lavoro,difesa dell'occupazione, democrazia e rappresentatività sindacale, si risponde con le seguenti proposte:
Continuiamo dunque a considerare strategiche queste priorità. La CGIL che vogliamo è uno spazio libero:così abbiamo detto nella nostra mozione congressuale.Se questa opzione caratterizza la nostra idea di CGIL a maggior ragione deve valere per la nostra organizzazione interna. L'errore più grosso che potremmo fare, la contraddizione più evidente con le nostre ragioni dello stare insieme sarebbe pensare ad uno spazio chiuso tra noi, autistico e autoreferenziale, assolutamente speculare a quello della maggioranza, perché ugualmente immerso nella stessa asfissia. Non pensiamo ad una coincidenza automatica tra l'appartenenza alla mozione dei singoli delegati e dirigenti e la struttura sindacale nella quale la mozione ha prevalso.E' nostro primo interesse,al contrario, che tale struttura continui a mantenere in quanto tale la sua autonomia.
Roma, 6 luglio 2010 |