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LA CGIL, LA CRISI,LA DEMOCRAZIA

Stralci dell'articolo di Tiziano Rinaldini in uscita su Essere Comunisti di ottobre.

Il quadro delle dinamiche politiche in campo in questa fase (con peso politico ed istituzionale) si presenta privo di caratteristiche tali da fuoriuscire da una dimensione di accompagnamento/aggiustamento interno al modello sociale ed economico che si è imposto negli ultimi decenni e che è alla base della crisi che stiamo attraversando.

Senza approfondire oltre, è utile per questa mia riflessione ricordare che da un lato tutto fa ritenere la crisi in atto come crisi sistemica del modello stesso, dall’altro le conseguenze che ne derivano sono e saranno sempre più devastanti sul terreno dei diritti e della democrazia. Ciò è particolarmente evidente per l’Europa e gli Stati Uniti o meglio per i paesi a più antica industrializzazione.

 

La natura di una crisi destinata a continuare e ad aggravarsi, e la presenza di importanti situazioni di opposizione e di contrasto aprono possibilità per chi si propone comunque qui ed oggi di operare per aprire un futuro ad una progettualità sociale e politica alternativa di risposta alla crisi.

Di straordinario rilievo (e di particolare evidenza nel nostro paese) è in questo senso il contrasto tra queste situazioni di opposizione e la devastante deriva sul piano democratico e costituzionale con ciò che sta determinando sul piano sociale.

E’ in questo quadro che va collocata la riflessione sulle dinamiche che hanno riguardato e riguarderanno le organizzazioni sindacali, ed in specifico la Cgil.

Ciò che colpisce è la prevalente accettazione a farsi schiacciare all’interno della richiamata chiusura delle dinamiche politiche istituzionali accompagnandone di fatto le conseguenze sul piano sociale e sul piano della stessa drastica riduzione degli spazi democratici.

E’ un processo evidente (in parte purtroppo comprensibile, e peraltro da tempo esplicitamente dichiarato) per quanto riguarda Cisl e Uil.

Più complesso è il caso della Cgil.

Si tratta della maggiore organizzazione di massa strutturata nel nostro paese e di un soggetto politico sociale direttamente riferito ai lavoratori, le cui radici e percorso storico sono totalmente interni alla storia del movimento operaio.

In questo senso la Cgil a fronte di questo stato di cose è il soggetto più responsabilizzato potenzialmente nell’evitare che la situazione si chiuda in una separazione tra un mondo di poteri tutto interno al modello in atto e movimenti e tensioni sociali le cui ragioni non sono in alcun modo a ciòriconducibili. 

La Cgil però da un lato dà l’impressione di assumere posizioni di effettivo contrasto e autonomia, dall’altro nei fatti finisce per produrre di volta in volta scelte di crescente sudditanza e di elusione rispetto al ruolo che dovrebbe assumere per coerenza tra l’altro con la sua natura ed il suo passato.

Quasi sempre viene addotta come giustificazione la necessità di evitare il peggio. E’ una giustificazione che se non altro dovrebbe potersi empiricamente fondare sul fatto che il peggio viene evitato. Accade invece (non certo a caso), che tutte le volte ne consegue il peggio, come dimostra il percorso di questi anni e l’ultima successione di fatti, dall’accordo del 28 giugno, all’art.8 del decreto legislativo, all’uscita di Marchionne dalla Confindustria, per altro da tempo preannunciata.

L’apparente paradosso che ne deriva la porta di volta in volta ad accentuare al proprio interno il contrasto nei confronti di quelle sue parti, in particolare la Fiom, che esprimono nei fatti opposizione al modello che si è imposto e che costituiscono punto di riferimento per tensioni sociali e movimenti che si producono nel lavoro e fuori dal lavoro.

Questa tendenza pare non avere limiti sino a produrre ferite straordinarie nella riduzione della sua stessa vita democratica interna.

Il risultato che infatti si produce è che assistiamo al degrado della vita democratica dell’organizzazione mentre il terreno della democrazia, dei diritti e della cittadinanza (a partire dalla sua traduzione a livello sociale) diviene sempre più la discriminante decisiva di contrasto alle evidenti conseguenze che si determinano su questo piano stando all’interno di questa economia (in questa fase è in primo luogo decisivo non soffocare processi che rinviano alla costruzione di un’alternativa e quindi espandere e non ottundere gli spazi di democrazia).

E’ come se l’organizzazione introiettasse anche al suo interno l’idea che in tempi di crisi la democrazia è un lusso, è una variabile dipendente dell’economia (attuale), a disposizione dei suoi gruppi dirigenti a seconda delle convenienze.

Nel dare conto dei processi avvenuti partiamo dal Congresso della Cgil quando,cosa mai successa, l’area di maggioranza (con la regia di Epifani, segretario uscente) ha modificato lo Statuto in molte parti fondamentali tra cui un punto in particolare: nessuna struttura della Cgil può esprimersi su accordi confederali; solo il C.D. nazionale della Cgil può esprimere orientamenti e assumere decisioni. Fu respinta persino la richiesta dell’area di minoranza che prima della decisione fosse prevista la possibilità di esprimere un orientamento da parte delle strutture dell’organizzazione ai vari livelli.

Successivamente, a fronte dell’esplosione della vicenda Fiat, a partire da Pomigliano, la Fiom, in uno stretto rapporto con i lavoratori, si è trovata a fronteggiare un’offensiva frontale sul piano della democrazia e dei diritti mentre la Cgil e sue strutture territoriali sono a tutti parse assumere posizioni in alcuni casi apertamente contrastanti le scelte dei metalmeccanici, in altri di prevalente attesa dell’esito dello scontro (e in particolare del plebiscito imposto da Marchionne).

Il crescendo si realizza poi con l’intesa del 28 giugno che è sì interconfederale, ma si riferisce solo alla parte privatistica del mondo del lavoro e che si rappresenta in Confindustria.

Susanna Camusso e la segreteria sono pervenuti all’intesa senza un percorso condiviso con una delegazione di trattativa e senza il coinvolgimento, non solo delle categorie interessate e delle strutture territoriali, ma persino dello stesso Comitato Direttivo della Cgil.

Il Comitato Direttivo fu chiamato ad una prima valutazione a pacco già confezionato e senza un testo scritto, per cui non è mai esistito un mandato a dare una valutazione positiva prima che il consenso fosse già stato speso dal segretario generale per cui, quando è apparso il testo, non era più discutibile, se non da accettare o respingere.

Occorre valutare il percorso descritto considerando i contenuti di quell’intesa (per le cui criticità rinvio ai recenti scritti di Umberto Romagnoli) che in tutta evidenza non erano accettabili in particolare dalla Fiom, se non sconfessando i punti fondamentali su cui in questi anni la Fiom ha costruito la sua straordinaria tenuta nel rapporto con i lavoratori.

Il percorso descritto assume quindi il carattere di una deliberata scelta preventiva della segreteria di aprire uno scontro nella Cgil contro la Fiom, persino al di là del merito dell’intesa stessa, senza alcuna possibilità di una discussione preventiva che fosse alla base di una trattativa trasparente e condivisa.

Ciò è avvenuto tra l’altro, alla vigilia di una preannunciata manovra economica, che avrebbe dovuto indurre semmai ad un’attenta e partecipata gestione di come preparare la Cgil ad affrontarla, con la massima valorizzazione delle risorse e delle forze di cui dispone nel rapporto con i lavoratori.

Poi, a poco più di un mese di distanza, senza alcuna verifica interna né prima né dopo, la segreteria ha speso la Cgil in un documento comune con Cisl Uil, Confindustria, Banche, che stabiliva i 6 punti con cui il governo avrebbe dovuto affrontare la crisi.

Si produce così (senza alcun percorso interno) non solo un fatto che simbolicamente appare del tutto estraneo alla tradizione della Cgil, ma che inoltre nel merito porta la Cgil ad assumere posizioni mai condivise al proprio interno. Mi riferisco in particolare alla richiesta verso il governo di costituzionalizzare il vincolo al pareggio di bilancio, ed anche quella di intervenire sul fisco per incentivare i salari aziendali tassandoli molto meno delle altre voci salariali (e punire quindi quelli derivanti dal contratto nazionale, alla vigilia del tentativo di rinnovo contrattuale della Fiom)

Perveniamo così all’ultimo (per ora) atto. La gravità dell’intervento legislativo (art. 8 del decreto legislativo) aveva creato le condizioni per un almeno parziale recupero in questa fase delle divisioni nella CGIL. La preparazione dello sciopero generale aveva portato molti dirigenti sindacali (che pure avevano condiviso l’intesa del 28 giugno) a dichiarare (nelle assemblee preparatorie e nei comizi) che la consultazione degli iscritti sull’accordo del 28 giugno (con voto degli iscritti vincolante per Statuto per sottoscrivere l’intesa) era da considerarsi sospesa in quanto con la modifica del quadro legislativo in cui veniva a collocarsi, ne veniva cambiato il significato (“se l’art. 8 non viene stralciato, l’accordo del 28 giugno è carta straccia”). Questa affermazione registrava un dato di fatto, che (se ce ne fosse bisogno) viene dimostrato in questi giorni dalla decisione di Marchionne di uscire dallaConfindustria. Il successo dellosciopero peraltro ha premiato anche questo orientamento.

Con una nuova forzatura la segreteria decide che non si tratta di sospensione della consultazione per aprire una riflessione sulla nuova situazione determinatasi, ma prolungamento a dopo lo sciopero generale, e fa votare a maggioranza del Comitato direttivo un mandato alla segreteria per firmare l’intesa del 28 giugno prima della consultazione a condizione che anche in presenza del decreto vi sia una sconfessione (che non vi sarà anche perché non possibile) della legge (nel frattempo approvata) da parte di Cisl, Uil e Confindustria (che notoriamente avevano collaborato almeno parzialmente alla sua definizione). La firma viene apposta sulla base di una ovvia dichiarazione delle parti. Si determina così l’ultima grave ferita democratica per cui da una parte viene firmata l’intesa in assenza del mandato previsto dallo Statuto come vincolato alla consultazione degli iscritti, dall’altra viene avviata a posteriori una imbarazzante consultazione che ovviamente non ha e non può più avere il senso originario (non se firmare o no, ma se sconfessare una firma apposta su interpretazione del mandato del CD con violazione dello Statuto). E’ necessario inoltre precisare che la consultazione degli iscritti viene attuata senza indicare regole precise e vincolanti e omogenee con cui realizzarla, dopo che le vicende dell’ultimo Congresso della Cgil avevano già fatto emergere per tutti, al di là della maggioranza e della minoranza, la difficoltà a darsi percorsi di garanzia democratica nel far esprimere gli iscritti in presenza di posizioni diverse e contrastanti. Fu respinta nel Congresso persino la necessità di riformare la magistratura interna che è attualmente un puro riflesso della maggioranza politica contingentenella Confederazione. Dopo il Congresso si evitò accuratamente di aprire una riflessione sui problemi emersi. Infine nella consultazione non è prevista la possibilità da parte di dirigenti o strutture della Cgil di presentare le ragioni del dissenso sull’accordo del 28 giugno (in molte situazioni preannunciando l’avvio di percorsi disciplinari per chi non obbedisce).

Ciò che abbiamo descritto sono fatti (ne abbiamo tralasciati altri), nel senso cioè che i fatti possono essere discussi se si parte dal riconoscerli.

E’ una condizione base per sviluppare un confronto democratico tra posizioni diverse.

Da questi fatti (impensabili nel passato, almeno prima della gestione Epifani) discende un serio allarme sullo stato di salute democratico della Cgil.

E’ evidente che dovrebbero aiutare tutti al prendere atto che siamo in presenza di un problema della Cgil su cui chiamare tutti ad una urgente riflessione a partire dal modo in cui l’ultimo Congresso ha liquidato i problemi di un’organizzazione che voglia essere pluralista e democratica, e continuare a definirsi confederale.

Il confronto con la crisi economica e sociale ed i problemi che sta determinando, come dimostrano le vicende in corso, fa della questione della democrazia, dei diritti e della cittadinanza il crinale dirimente tra chi sta dentro un quadro dettato dalle compatibilità con l’attuale economia (che comporta riduzione e degrado dello spazio democratico), e chi, proprio in quanto opera per un’alternativa, ritiene decisivo (per poterlo fare) difendere ed espandere le agibilità democratiche ed i diritti, a partire dal piano sociale.

E’ proprio quindi l’importanza in questa fase della questione democratica che richiede coerenza anche al proprio interno alle organizzazioni che, come la Cgil, denunciano il degrado democratico in atto nel paese e nel quadro più generale della cosiddetta globalizzazione.

Per queste stesse ragioni le questioni che investono il tema delle relazioni sociali e sindacali, dei rapporti su questo piano tra i diritti delle persone e le organizzazioni che tentano di rappresentarle e della vita interna di queste organizzazioni sono parte diretta e a tutti gli effetti della questione democratica.

Questo mio contributo si concentra non casualmente con particolare attenzione sulla Cgil, e non come se si trattasse di questione solo interna alla Cgil e al mondo sindacale, separabile dall’insieme della realtà su cui la crisi ci chiama in causa.

La Cgil è l’unica organizzazione di massa a sinistra del nostro paese con radici mai sconfessate nella storia del movimento operaio.

Riterremmo disastroso se si determinasse una situazione in cui prevalesse la rassegnazione alla possibile deriva sul piano inclinato qui indicato,    magari con la complementare illusione di potervi fare fronte con la messa in campo di nuovi altri soggetti sindacali confederali alternativi. A loro volta (al di là delle apparenze) sarebbero ancora più dipendenti, sulla base di subalternità politiche e culturali esterne.

Se tutto ciò prevalesse la restante anomalia positiva italiana di fronte alla crisi si consumerebbe e ciò che resterebbe, costituirebbe un quadro omogeneo a tanti altri paesi, non certo utile per favorire le possibilità di aprire strade ad un’alternativa.

Un quadro cioè di separazione tra poteri (sui vari piani dell’organizzazione della società) chiusi nell’assumere la riconferma dell’attuale modello sociale ed economico e tensioni sociali e derivanti movimenti privi di possibilità di interloquire in modo tale che non ne venga impedita la crescita e lo sviluppo.

In questo senso la Cgil è un punto di snodo fondamentale e non c’è alternativa al danno che ne deriverebbe dalla sua incapacità di assumere il ruolo a cui è richiamata dagli interessi sociali di suo riferimento.

La situazione attuale è molto preoccupante ma non è affatto conclusa, e non potrà concludersi, dentro e fuori la Cgil.

A conferma di ciò, a conclusione di questa riflessione, segnaliamo pur brevemente alcune tra le principali caratteristiche che connotano la attuale situazione e aprono a sviluppi che contrastano i tentativi di chiudere tutto dentro la realtà e l’economia attuali.

La Fiom, con il suo forte rapporto con i lavoratori e le sue posizioni, è più che mai ancora in campo a partire da una battaglia per il contratto nazionale destinato a diventare banco di prova dirimente non solo per il merito contrattuale ma anche per il significato più generale che viene ad assumere.

Nel contempo l’auspicabile avvio della campagna per il referendum abrogativo dell’art. 8 del decreto governativo costituisce una importantissima possibilità per una grande mobilitazione e chiarificazione di massa sul terreno decisivo della democrazia e dei diritti di fronte alla crisi.

Infine i movimenti di maggior interesse, fondanti la loro origine (dalla scuola all’ambiente ai problemi migratori a specifiche questioni territoriali al precariato) sul rifiuto a considerare che tutto sia mercificabile, (e cioè variabili interne all’attuale economia) sono destinati ad essere parte non sopprimibile dell’attuale realtà, e non solo a livello nazionale. Sono movimenti che spesso producono sviluppi che oltrepassano un orizzonte monotematico senza rinunciare alle radici di partenza e tendono ad assumere caratteristiche strutturate e continuative con l’acquisizione di un forte ruolo politico. Da questo punto di vista è di particolare interesse ciò che si è prodotto in Cile a partire dagli studenti e dalla scuola (che, seppure riferito ad una realtà diversa dalla nostra, mi è parso sinora troppo sottovalutato e poco conosciuto nel nostro paese).

In definitiva, pur in un quadro di dinamiche politiche e istituzionali come quello da cui sono partite queste note, restano aperte le possibilità di operare per aprire strade verso un’alternativa se avremo la capacità da un lato di guardare in faccia la realtà senza illusioni e allucinazioni, dall’altra di sentirci responsabili per intervenire uscendo dai limiti di culture che restano chiuse nella propria specifica collocazione senza vedere la compenetrazione profonda che accomuna le sorti di tutto ciò che si colloca all’interno di una ricerca per l’alternativa.

Democrazia, diritti e cittadinanza, a partire dal piano sociale (e anche nel modo di essere delle forme associative, vecchie e nuove che siano), sono in questo senso un terreno fondamentale (il primo discrimine) su cui organizzare futuro ai processi di contrasto in corso.