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UNICREDIT: STANNO RITORNANDO I PADRONI DELLE FERRIERE?

di Domenico Moccia

Secondo la più ortodossa e rigorosa liturgia del sanguinoso tribalismo finanziario, UNICREDIT , nel richiedere agli azionisti il quarto aumento di capitale a partire dal 2008, sollecita la golosità degli analisti annunciando 5.200 nuovi esuberi soltanto in Italia. Le regole sono rispettate e al Moloch Mercato vengono offerte migliaia di vittime sacrificali con la trepida speranza che siano sufficienti a soddisfare la sua bulimica avidità.

Non è un linguaggio truculento, è la semplice e obiettiva constatazione dei fatti. Nel vuoto più totale di analisi, nella più invereconda e badogliana fuga dalle proprie responsabilità, nell’incapacità assoluta di definire un orizzonte chiaro di previsioni coerenti e realizzabili, UNICREDIT si scopre, dopo l’ultradecennale ebbrezza finanziaria e le napoleoniche campagne di acquisizioni, banca concentrata sull’attività commerciale e votata al retail, ma soprattutto “solida come una roccia”, forse l’A.D. Ghizzoni si riferiva alle rocce calcaree che , come è noto, sono le più friabili. Avremo così una nuova banca del Paese, modello INTESA - S. PAOLO, ovvero una banca prona e al servizio dei potenti di turno, oltre che delle fallimentari oligarchie industriali e finanziarie italiane. Ma chi ha deciso una simile inversione di tendenza, un così radicale cambio? Un commissario ad acta , nominato con urgenza dopo le disastrose perdite e le conseguenti rettifiche? Un C.d.A. costituito ad hoc? No : lo stesso consiglio; lo stesso comitato di Presidenza a cominciare dal navigatissimo Rampl e dal potentissimo Palenzona, quello che ama definirsi autotrasportatore, uomo buono per tutte le stagioni della politica, nonché molto intimo del faccendiere Bisignani; lo stesso top management.

Una straordinaria lezione di coerenza, nessuno che dinanzi a un simile naufragio abbia ritenuto opportuno e logico rassegnare le proprie dimissioni.

Eppure, non più di un anno fa, UNICREDIT costituiva la banca unica e sottoscriveva con le organizzazioni sindacali un accordo per il rilancio che prevedeva una riduzione del personale per migliaia di dipendenti, una contrazione significativa del costo del lavoro con interventi specifici sul salario di produttività, una profonda riorganizzazione, minori tutele per i giovani neoassunti. Anche allora i soliti entusiasti perenni parlarono di negoziato di straordinaria importanza, risolutivo, esemplare nel settore. Belle parole, probabilmente gli stessi si dichiareranno pronti a condividere con l’azienda un nuovo accordo che ora dovrà essere per lo meno epocale.

Sarebbe, però opportuno che questa volta gli ultras “del sindacato deve fare gli accordi altrimenti che sindacato è”, i fans della concertazione tout court, quelli che se non firmano subiscono un lutto impossibile da elaborare, tenessero nel giusto conto alcune questioni.

UNICREDIT, in qualità” di sofisticata ideatrice e organizzatrice di triangolazioni finanziarie con la Barclays”, ha subito un sequestro preventivo di 245 mln. di euro per impropri e indebiti vantaggi fiscali; ha transatto o è stata condannata in numerosi tribunali per aver venduto in modo fraudolento improbabili derivati e prodotti finanziari alle amministrazioni locali; è sotto inchiesta della CONSOB per aver presentato “ in rapporto di collegamento con CARIVERONA “ la lista di maggioranza per i vertici di MEDIOBANCA ed è stata a lungo indagata da ISVAP_e ANTITRUST per l’operazione con FONSAI; ha esaltato i processi di finanziarizzazione dell’economia; ha focalizzato la propria attività sullo short termism e sulla crescita a priori del ROE. Un gruppo vero campione di coerenza, capace di coniugare il protagonismo da vodoo economy con una grande attenzione verso la responsabilità sociale d’impresa.

Un’azienda di sicuro affidamento e di totale credibilità. La stessa credibilità dell’A. D. Federico Ghizzoni che l’11 luglio dichiarava testualmente: “ siamo nella fascia medio-bassa delle global Sifi, per questo il nostro eventuale aumento di capitale dovrebbe essere di un punto, un punto e mezzo…. L’aumento, che oggi non è nelle nostre previsioni, si valuterà quando sarà chiaro il quadro di riferimento”. Non c’è alcun dubbio: un vero e autentico profeta, un analista avvertito e sagace, un amministratore talentuoso , fornito di lungimirante visione e meritevole di uno standing da primo della classe. E il 19 settembre insieme con il presidente Rampl ha confermato la non indispensabilità dell’aumento di capitale. E cosa dire di Mustier e Kayat, responsabili della struttura di Corporate e Investment Banking, ideatori dell’ineffabile ed elegante perifrasi “ dobbiamo far sudare il nostro bilancio” autorevoli managers che hanno prodotto in Sociètè Gènèrale un buco di cinque miliardi finanziando illimitatamente Jerome Kerviel. Gli uomini della Provvidenza per un gruppo in affanno, poco competitivo, a bassa redditività e con onerosi impegni di patrimonializzazione. E’ pleonastico sottolineare che al momento dell’assunzione furono definiti: dotati di qualità eccezionali di banchieri ( Rampl)… scelta ideale ( Ghizzoni) .

Da questi amministratori e da questo management qualcuno acquisterebbe un’automobile usata?

Questi amministratori e questo management hanno i requisiti morali, culturali, professionali per imporre nuovi sacrifici, licenziamenti, esternalizzazioni, mobilità, intensificazione dello sfruttamento, abbassamento delle tutele e delle protezioni?

Quale funzione può svolgere per lo sviluppo e per il Paese un gruppo che applica un TAEG del 10,7%, somministra un impressionante numero di carte revolving, appesantisce i bilanci degli enti locali, è esposto nei peggiori e maggiori crack industriali e finanziari a cominciare dalla famiglia Ligresti?

Il sindacato non può avere dubbi, tentennamenti, disponibilità negoziali, suggestioni di possibili scambi.

Il piano industriale è da rigettare in toto. La risposta deve essere immediata, forte, mobilitante.

Le scelte industriali di UNICREDIT, oltre ad essere aggressive, ingiustificate, gravemente lesive nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori, riverberano sull’intero settore ombre inquietanti, minacciose, cupe.

E’ questo il nuovo modello concertativo che i banchieri intendono realizzare? E’ questo il clima di solidale collaborazione che dovrebbe portare l’Italia fuori dalle secche della crisi?

Stanno ritornando i padroni delle ferriere?

E’ nostro compito, primario interesse, vitale responsabilità impedire che ciò possa accadere.

 

Roma, 16.11.2011