| Sciopero 6 Settembre:guardare in alto e vedere il cielo |
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di Mimmo Moccia A partire dal mese di settembre 2010, data del seminario tenuto a Todi sul modello contrattuale, la maggioranza della CGIL ha avviato un percorso di ricerca per una riforma della contrattazione tale da consentire la ricostruzione del rapporto unitario con CISL e Uil. Le stesse dichiarazioni programmatiche dell’eligenda Segretaria Generale erano largamente impregnate di una disponibilità tout court finalizzata ad una rapida riconciliazione con le altre due organizzazioni confederali.
Nei mesi successivi , dinanzi al drammatico acuirsi della crisi sociale ed economica, la stessa maggioranza ha identificato la crescita come unica soluzione possibile . Una crescita indistinta e indefinita, una crescita puramente quantitativa, una crescita senza qualità sociale e senza una funzione ridistributiva, quasi come se quella in corso fosse una crisi dell’offerta e non della domanda. Al moloch della crescita andavano offerti tutti i sacrifici possibili: le regole violate, i contratti derubricati, i diritti limitati, le dinamiche retributive compresse. Il mantra della necessità di un nuovo patto sociale ha trovato rapidamente mentori sapienti, corifei devoti, portatori zelanti, ideologi accorsati. Nella più frustrante delle ignoranze sulle cause universalmente note della crisi, la maggioranza della CGIL ha deciso che si dovesse combattere la più alta disoccupazione giovanile in Europa, le più gravi disuguaglianze misurate dall’indice Gini, i salari più bassi tra i sette paesi maggiormente industrializzati, la più devastante evasione scolastica, la più drammatica dicotomia tra nord e sud, la crescita esponenziale della povertà, l’inarrestabile declino del ceto medio, il crollo della spesa, compresa quella alimentare, consentendo deroghe illimitate ai CCNL, contraendo i diritti contrattuali, sterilizzando il potere decisionale dei lavoratori. Dimenticando di essere l’organizzazione di Di Vittorio, Novella, Lama, Trentin e Cofferati si è scelto di non essere più un soggetto di trasformazione della società e ci si è trasformati in comprimari di un processo di adesione e adattamento all’esistente. Ignara di essere in presenza del peggior governo della storia repubblicana e del ministro del Welfare animato dal più rancoroso dei livori verso i lavoratori; immemore di avere come controparte i rappresentanti del peggiore capitalismo e i più inefficienti e avidi capitani d’industria; dimentica di come CISL e Uil si fossero trasformate, su esplicita richiesta del ministro Sacconi, in complici in un progressivo depauperamento di tutele e diritti, il 28 giugno la CGIL ha sottoscritto un presunto, nuovo patto sociale. Accorto regista, sagace tessitore, autentico deus ex machina della vicenda è stato Giuseppe Mussari, avvocato da sempre in carriera, scapigliato presidente di M.P.S. e ABI, fornito di solidi e protettivi ancoraggi nel Partito Democratico, di ramificate e disponibili interlocuzioni in Cgil, di entusiasti paladini in Fisac. Abbiamo avuto così, oltre ad un pessimo accordo, la parodistica e farsesca trasformazione della Marcegaglia in speaker sindacale. Eppure bastava dare una rapidissima occhiata al libro di Valerio Castronovo : “ Cento anni di imprese in Italia” o consultare di sfuggita i dati sugli incidenti e sulle morti nei luoghi di lavoro, o ripassarsi le elaborazioni ISTAT sull’evasione contributiva e fiscale e quelli della Banca d’Italia sull’immane trasferimento di ricchezza realizzato negli ultimi dieci anni, per capire di come le finalità confindustriali fossero antitetiche a quelle sindacali e con quale bulimica avidità il capitale continuasse ad alimentare il conflitto con il lavoro. Salutato dall’entusiasmo dei cosiddetti riformisti, dalla ola della pletora dei funzionari, dal coro enfatico di quelli “ era ora” , dagli osanna di quelli “ che più unitari non si può” , l’accordo del 28 giugno ha funzionato, come ampiamente prevedibile, da efficiente apripista per la più brutale controriforma del diritto del lavoro, ancora una volta con la correità di CISL e UIL. Il ghigno sazio e beffardo di Marchionne, ripreso e immortalato dai fotoreporter, è la sintesi più icastica dell’enorme gravità dell’errore commesso e delle autentiche intenzioni di Confindustria. La dichiarazione dello sciopero generale del prossimo 6 settembre è una risposta adeguata, corrisponde ad un autentico sentire, ad una valutazione meno approssimativa della fase o è piuttosto una tardiva resipiscenza, un abborracciato e frettoloso tentativo di porre un blando rimedio alle sciagurate scelte precedenti? Lo sciopero, con le scuole chiuse e con le note grandi difficoltà organizzative e di preparazione, frazionato in cento rivoli riuscirà ad imporre un radicale cambio di tendenza, ad innescare nell’opinione pubblica un sentiment forte e diffuso d’indignazione, a motivare grandi masse di lavoratori e cittadini, a sedimentare un’opposizione sociale di lungo periodo? La risposta a differenza della bellissima canzone di Bob Dylan non “ soffia nel vento”, ma è solo sulle nostre spalle, nelle nostre gambe, nelle nostre parole. Dobbiamo avere la certezza che oggi è il tempo “ di guardare in alto e di vedere il cielo”. Per questo le compagne ed i compagni della nostra Area Programmatica sono chiamati a profondere tutte le energie possibili, tutti gli sforzi, il massimo dell’impegno perché lo sciopero riesca e susciti un’eco vasta e duratura. Questo sciopero non darà spallate definitive, non segnerà un irreversibile punto di svolta, ma, a partire dal 6 settembre, a nessuno potranno più essere consentiti tatticismi, traccheggiamenti, visibili e irresponsabili violazioni di mandati, furbeschi occhieggiamenti con le controparti. A ciascuno il suo è un’antica locuzione latina, oggi più che mai d’attualità. Noi ne saremo custodi intransigenti.
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