| DURA LA VITA |
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di Marigia Maulucci
Dura la vita,in questo scampolo di democrazia. La democrazia attraversa tre grandi cicli di vita:il primo, quello euforico e promettente, che pone le fondamenta di un nuovo vivere collettivo, il secondo, quello serio e rigoroso, che ne consolida le strutture, il terzo, quello furbo che torce, snatura, insomma sfrutta le istituzioni fondamentali della democrazia medesima, portandola così al dissolvimento. Siamo qui. Nel (quasi) ventennio berlusconiano, il populismo si è incardinato nei gangli della democrazia:eletto dal popolo, il Presidente del Consiglio governa fin quando il Parlamento gli conferma la fiducia. Che il Parlamento sia di nominati dai partiti e ratificati (non eletti) dal popolo è un classico esempio del suddetto terzo ciclo. Che il Presidente del Consiglio provi, abbia provato, proverà fino allo stremo delle sue forze a rivendicare la potenza democratica della sua elezione contro tutti gli avamposti di bilanciamento dei ruoli stabiliti dalla Costituzione nella fase prima e seconda della democrazia è figlio del terzo ciclo. E' per questo che occorre ricominciare daccapo, cioè dalla democrazia. Le prime vittime del populismo sono i cosiddetti corpi intermedi, le strutture di rappresentanza di interessi “parziali” ma non per questo necessariamente solitari e autoreferenziali:anzi, più un interesse di parte si misura con l'universale, più riesce a combinare il particolare con il collettivo. Esempio: un'organizzazione sindacale deve rappresentare gli interessi dei lavoratori , mediare questi con l'interesse generale, tornare dai lavoratori a dimostrare gli effetti benefici di questa mediazione. Se salta il primo e/o il terzo passaggio diventa autoreferenziale, se salta il secondo corporativa. Dunque dicevamo che il populismo ha annullato la funzione dei corpi intermedi, generando un deficit di democrazia che ha avvelenato le relazioni tra i settori della società e prodotto una sorta di oblio nei corpi intermedi medesimi. Che nel momento di recuperare ruolo e funzione, hanno ripreso in mano i riti della partecipazione senza più saperli agire. Personaggi in cerca di autore. La democrazia della rappresentanza intrisa di una sorta di populismo collettivo. Se si arriva al punto di sostenere,come nell’accordo del 28 giugno, che le organizzazioni sindacali stipulano intese a nome e per conto dei lavoratori senza che questi possano votare sui contenuti delle stesse, si sostiene che i lavoratori hanno votato una volta e tanto deve loro bastare e che gli eletti fanno bene per definizione, per il semplice fatto che sono stati eletti. Una rappresentanza che non eserciti su mandati continuamente verificabili e revocabili non è più quella rappresentanza chiamata nelle società complesse a mediare il politico con il sociale : il passaggio ad una pura ritualità di burocrazie autoreferenziali che si legittimano a vicenda è davvero breve. Succede così che una Legge dello Stato, vedi il famigerato articolo 8, affermi il principio che diritti individuali inalienabili possono essere alienati da accordi tra organizzazioni sindacali. Succede poi che le organizzazioni sindacali decidono,nella cosiddetta intesa applicativa del 21 settembre, che quel potere possono anche non esercitarlo:il che vuol dire che quello che illegittimamente al lavoratore è stato tolto loro possono concederlo. Il diritto è sostituito da un favore. Neanche questo però è del tutto vero:si è visto chiaramente che quando il merito specifico dei problemi non conta più e la verifica con le persone in carne e ossa è superflua, le interpretazioni di uno stesso accordo sono le più stravaganti e comunque mai coincidenti tra i firmatari. Che in ogni intesa debba esserci spazio di visibilità per tutti i soggetti contraenti è normale, ma qui la questione è seria:insomma, questo accordo del 21 settembre annulla o integra l’art.8 della manovra finanziaria?Per tutti i firmatari, l’Intesa integra. Per la CGIL annulla. Si può avere un po’ di chiarezza o tutto finisce nel calderone di parole con le quali ognuno salva se stesso? E a proposito di parole, si è persa l'abitudine di dare peso alle parole che si dicono e che si firmano. Abbiamo firmato, come CGIL, un inutile pezzo di carta che chiedeva di mettere il pareggio di bilancio in Costituzione e poco dopo abbiamo fatto uno sciopero generale contro il pareggio di bilancio in Costituzione. Abbiamo gettato il cuore al di là dell'ostacolo giurando che il Governo stava manipolando le indicazioni della BCE, poi abbiamo fatto intendere che forse quelle indicazioni neanche esistevano salvo poi scoprirne esistenza e devastante contenuto. Può essere che questo succede quando le organizzazioni sindacali sanno di dover rispondere alla cerchia ristretta dei loro organismi dirigenti, piuttosto che al complesso del mondo del lavoro? E dico organismi dirigenti, neanche iscritti, non a caso. La ferita di un Direttivo Nazionale della CGIL che decide con un voto a maggioranza di togliere ai propri iscritti il diritto di pronunciarsi sul mandato a firmare un accordo sindacale rimane di quelle purulente, ad alto rischio di infezione del sangue:e il sangue circola. Tutti noi che alla CGIL vogliamo molto bene, capiamo e viviamo fino in fondo il suo tormento. Capiamo bene quanto sia difficile fare sindacato in questi anni, quanto sia duro essere fuori dai tavoli di trattativa: capiamo tutte le ragioni di un pervicace tentativo di correre dietro agli orrori e alle provocazioni del Governo cercando continuamente di arginare i danni, di mettere in sicurezza, di contenere i disastri. Capiamo i rischi dell'isolamento e i problemi che questo apre ai partiti della sinistra:problemi la cui soluzione, però, non può essere nelle nostre mani. Capiamo a maggior ragione la necessità di mantenere vivo un rapporto importante con la più alta Carica dello Stato:proprio il grande rispetto che le è dovuto ci impone, però, di mantenere inalterata la nostra postura. Capiamo ma non condividiamo, dunque, e purtroppo la realtà ci sta dando ragione. La realtà di oggi ci dice che se FIAT e tutto il suo contorno, e quanti altri ancora se ne vanno da Confindustria, abbiamo due grossi problemi:al di là della gerarchia delle fonti, il contratto nazionale oggettivamente non c’è più e non c’è più neanche la CGIL nei posti di lavoro. Esattamente come molti di noi sapevano e dicevano prima che la CGIL avviasse la folle corsa sulla strada della riduzione del danno, che,come si vede, ha mantenuto inalterato il danno della FIAT e in compenso esteso a tutto il mondo del lavoro pesanti restrizioni di diritti. Quella della riduzione del danno è una brutta tattica,trasmette il messaggio che trattiamo danni e non benessere,ci fa spezzare il fiato e soprattutto ci fa perdere autorevolezza e riconoscibilità, insomma depotenzia l'unica grande forza che abbiamo, quella che davvero intimorisce interlocutori e controparti:le persone vere,dunque il rapporto con la realtà. E’ vero:la realtà paga in ritardo. E’ per questo che occorre avere quello sguardo lungo che la CGIL non si è mai negata. Non sarebbe male fermarsi a ragionare su tutto ciò.
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