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MANCANO GLI INVESTIMENTI E GLI UTILI VANNO AI DIVIDENDI

Sintesi della lezione inaugurale al MAINS di Pisa del prof. Riccardo Gallo

“Il sistema industriale italiano negli ultimi venti anni, pur avendo perso un po’ del suo peso in termini di valore aggiunto a prezzi costanti, ha tagliato più di un quinto della sua  base occupazionale, cosicché per molti anni ha aumentato la produttività per poi crollare a partire dal 2007. Un paio d’anni dopo l’introduzione dell’euro, le imprese industriali medie e grandi hanno cominciato a fare affidamento su una sempre più prolungata speranza di vita degli impianti produttivi (da 16 anni nel 2003 a 26 nel 2010), con minori accantonamenti ogni anno. La speranza si è rivelata illusoria a fronte di un continuo processo di innovazione che si è verificato nei principali Paesi industrializzati, come è segnalato  dal comportamento delle multinazionali in giro per il mondo che, per competere nella produzione e nel marketing, hanno fatto affidamento su una vita utile degli impianti sempre più breve. Nel 2010 le imprese industriali italiane registravano una vita utile per i loro impianti (26 anni) doppia di quella delle multinazionali (13 anni)! Inoltre l’età del patrimonio tecnico a fine 2010 ha raggiunto il 100% della vita utile nel 2003, prima dell’allungamento artificioso. Cioè il patrimonio tecnico dell’industria italiana è arrivato alla fine della vita!

 

Questo comportamento rinunciatario ha consentito alle imprese di far apparire nei bilanci una redditività delle vendite mediamente oscillante intorno al 5%, quindi non troppo lontana dall’8% minimo delle multinazionali. In realtà, con ammortamenti coerenti alla dinamica internazionale, i bilanci avrebbero chiuso a mala pena in pareggio. L’aliquota effettiva di tassazione in Italia (41% medio nei venti anni) ha penalizzato le imprese industriali, fortemente svantaggiate rispetto alle multinazionali (33%).

In genere, per la crescita di un sistema produttivo è necessario che gli investimenti siano superiori all’autofinanziamento (ammortamenti più utili non distribuiti), cioè è bene che il “passo più lungo della gamba” ossia un’accelerazione degli investimenti  sia finanziato con nuovo credito bancario, con apporto dei soci, con operazioni di finanza straordinaria. Invece, il sistema produttivo italiano ha investito meno dell’autofinanziamento, questo già reso bassissimo dalla compressione degli ammortamenti e dalla distribuzione degli utili. Naturalmente Gallo si è riferito non solo agli investimenti tecnici, ma anche a quelli finanziari per l’acquisizione di partecipazioni di controllo in altre società, magari estere. Come conseguenza, gli impianti industriali da metà del passato decennio hanno continuato ad invecchiare.

Altra conseguenza di tutto ciò è che i debiti finanziari delle imprese industriali medie e grandi non aumentano, anzi in molti casi diminuiscono  se riferiti al totale del passivo. Quindi non trova conferma l’ipotesi secondo cui non c’è stata crescita  soddisfacente perché le banche non hanno fatto credito. Invece, come si dice nel gergo, è il cavallo che non beve.

Nel corso degli anni, consentendo la distribuzione di utili senza colpo ferire, gli amministratori delle società industriali si sono dimostrati poco indipendenti dagli azionisti. A soffrirne sono stati i dirigenti e i lavoratori delle stesse aziende. Invece sarebbe opportuno che gli amministratori fossero tenuti a formulare una motivata proposta per la destinazione del reddito, con previo avallo del collegio sindacale. Se così fosse, i bilanci darebbero anche indicazioni sulle prospettive aziendali.

Rispetto a questo quadro generale, i provvedimenti che il Governo sta per emanare a sostegno dello sviluppo economico sono attesissimi. La loro efficacia o meno sarà misurata innanzitutto dalla propensione delle imprese industriali italiane a tornare a investire massicciamente. Ottobre è il mese in cui si fanno i piani triennali e il budget 2012”.  


Fonte: Scuola Superiore Sant’Anna