Home Lettere e Comunicati Lettere Una battaglia giusta
Una battaglia giusta Stampa E-mail

di Marigia Maulucci

 maolucci_107  Il lavoro frenetico di scrivere La CGIL che vogliamo, discutere emendamenti, confrontare posizioni è arrivato a compimento. Il testo è bello, si legge, non è scritto in sindacalese (e questo è assolutamente un miracolo), in quelle parole ci riconosciamo tutti.
Già, tutti.

Il gruppo eterogeneo sul quale pochi avrebbero scommesso  ha scritto circa 50 pagine di analisi, proposte, idee, obiettivi:quell’iniziale eterogeneità si è misurata coi contenuti e ha scoperto l’articolazione, la complessità, la coerenza di ciascuno nella sintesi di tutti. Ha fatto, in altri termini, esercizio di confederalità, vale a dire di composizione di interessi individuali in nome dell’interesse collettivo. Butta via.

E siamo a due risultati positivi:un testo condiviso che rilancia il progetto del sindacato confederale. Questa semplice constatazione di realtà metterà fine al tormentone sull’accozzaglia di firme e sull’assenza di confederalità della mozione? Certamente no, perché le ossessioni sono tali proprio perché perdono il contatto con la realtà. Essenziale sapere però che trattasi di ossessioni, tormentate e tormentanti. Pazienza, ci vuole, molta pazienza.
Terzo risultato positivo:il congresso 2010 si farà. E non sembri una banalità.
Stare in campo con questa mozione costringe di fatto alla discussione, porta il confronto di strategie nei posti di lavoro e nel territorio, esattamente lì dove è giusto che stia per sentire dai lavoratori, dai pensionati, dalle donne, dai giovani cosa ne pensano della situazione generale, della loro specifica, quali soluzioni intravedono, come gli pare che stia la CGIL, cosa deve fare la CGIL.
Al di là dei tanti rumori, chiacchiere, critiche, accuse, colpi bassi la verità non sta più nelle nostre mani. Il nocciolo della soluzione è altrove. E’ lì dove dobbiamo tornare, ma molto spesso andare, a spiegare le nostre ragioni per ricostruire quel contenitore che consenta di accogliere le loro.
Il nostro primo obiettivo - e per un gruppo di oligarchi non è male - è non far sentire nessuno escluso da questo percorso:di un Congresso che si autocelebra i nostri iscritti non sanno che farsene. Ne va dell’efficacia della nostra azione e questo  la nostra gente l’ha capito bene.
L’abbiamo detto e scritto: c’è un futuro per la CGIL se i suoi iscritti , militanti e delegati diventano i soggetti del suo stesso cambiamento. La democrazia per la CGIL che vogliamo va costruita , agita, percorsa come ossigeno. Ci serve per ridare regolarità ad un respiro affannoso: chiunque la tema, condanna se stesso e l’Organizzazione ad una grave insufficienza respiratoria.
Tutto questo dev’essere stato chiaro fin dalle prime apparizioni della mozione su questo sito, se è vero, com’è vero, che il popolo della rete si è  così massicciamente mobilitato facendoci arrivare in pochissimi giorni migliaia di adesioni.
E non poteva che essere così: in un Paese dalla democrazia bloccata, aprire spazi per far sentire la propria voce, far esprimere e far votare porta sempre successi. Noi poi siamo ancora più ambiziosi:non stiamo chiedendo solo dei NO, cosa che di per sé mobilita energie compresse, stiamo chiedendo di misurarsi su un impianto di proposte, su un disegno della società e del lavoro, stiamo chiedendo di pronunciarsi sul modello di sindacato per costruire insieme il modello di società. Stiamo chiedendo un impegno condiviso per affermare qui e ora, in maniera netta e risolutiva, le ragioni del lavoro.
Le risposte arrivano:stiamo dirottando gli iscritti nelle categorie e nei territori di appartenenza cosicché la loro domanda di partecipazione trovi la sede vera del suo esercizio.
In sottofondo, ma molto in sottofondo, ci sono i rumori rancorosi, incattiviti quando minacciano, suadenti quando lusingano, delle tante burocrazie che popolano un’Organizzazione di massa. Sia nel caso della minaccia , sia in quello della lusinga, lo scenario che uscirebbe da questo congresso sarebbe di una pletora di strutture occupate prevalentemente nel prossimo mandato congressuale o a punire o a promuovere, condannando l’Organizzazione tutta ad una sostanziale ingovernabilità. Bell’esempio di eterogenesi dei fini, frequente quando si perde, perché travolti dalla paura, la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.
Conviene opporre serenità, franchezza e fermezza, generosità i valori  forti che animano la battaglie delle idee. E poi ancora pazienza, lealtà e rigore che in genere connotano affettivamente il tono di chi pensa di combattere una battaglia giusta: e le battaglie giuste pagano sempre.
Platone è mio amico, ma mi è più amica la verità, diceva Aristotele.
Non era un eroe, Aristotele e Platone non era solo un suo amico. Era la massima autorità filosofica del tempo, fondatore e  presidente dell’Accademia che Aristotele cominciò a frequentare a diciassette anni. Dunque, il padre, il maestro, la guida.
Il distacco avvenne con grande cautela, ma avvenne:certo, se Aristotele non avesse amato tanto la verità e la filosofia, oggi nessuno saprebbe niente di lui.