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Lettera di Domenico Moccia, segretario generale FISAC CGIL Stampa E-mail

Sabato 21 Novembre, al Teatro Valle di Roma, assieme alle compagne ed ai compagni che hanno dato vita alla mozione "la Cgil che vogliamo", daremo inizio al percorso congressuale.
Sarà l'apertura di un dibattito che nei prossimi mesi vedrà confrontarsi milioni di lavoratori, posto di lavoro per posto di lavoro, in tutto il territorio nazionale.
Il nostro Congresso non è un evento da poco. Raramente in questo paese si può assistere ad un confronto di idee e proposte di queste dimensioni.
"La Cgil che vogliamo" nasce anche dalla necessita di rendere questo congresso il più democratico ed il più vero possibile, un punto di svolta per l'organizzazione e per il paese.

La crisi ci impone un congresso di svolta, non certo un congresso di unità di facciata. Essere unitari non significa affatto avere tutti la stessa idea, aderire tutti allo stesso documento. Dovremmo imparare a misurare il nostro tasso di unità interna in base alla nostra capacità di assumere scelte che poi diventano patrimonio comune di tutta l'organizzazione, dovremmo cioè misurare la nostra unità sulla qualità e la coerenza della nostra azione sindacale, non certo sul confronto congressuale. L'unità è un valore per tutta la Cgil, e lo è oggi come lo è stata in passato. Lo sarà all'indomani di questo Congresso, ne sono certo, ne siamo tutti certi.

Credo che la nostra organizzazione non potrà che uscire più forte e più grande da un congresso di confronto e di competizione delle idee.

L'accordo del 22 Gennaio sul nuovo modello contrattuale ci ha di fatto messi ai margini. Da questa sconfitta, dal come riscattare da questa sconfitta la nostra organizzazione ed i lavoratori che rappresentiamo, dobbiamo ripartire. Dobbiamo tentare in tutti i modi di depotenziare, di annientare quell'accordo.

Non possiamo affrontare il nostro XVI Congresso senza metterci in discussione, senza fare i conti con i nostri ritardi ed i nostri errori. È necessario darci una strategia ed una linea chiara, che non cambino in base alla contingenza, ma che soprattutto sappiano rispondere alle grandi sfide della modernità, che sappiano invertire la rotta che oggi vede il lavoro indebolirsi ed impoverirsi, gli spazi di democrazia sindacale assottigliarsi, la contrattazione umiliata ed azzerata.

É per questo che credo sia necessario avere la maggior partecipazione possibile al dibattito congressuale, perché credo che la fase attraversata dal paese imponga ad una grande organizzazione come la nostra una seria riflessione, se è necessario anche la messa in discussione di pratiche consolidate ma obsolete. La crisi ci mette di fronte alla nostra obsolescenza, appunto, all'incapacità di rappresentare le nuove generazioni e di dare risposte concrete alle loro esigenze.

Estendere il perimetro della nostra rappresentatività, e quindi fare un grande investimento sul terreno della democrazia, della partecipazione. Che i lavoratori vengano consultati sui loro contratti, e che quella consultazione abbia valore vincolante. Allo stesso modo votino gli iscritti alla Cgil per comporre la classe dirigente. Che la democrazia diventi il nostro metodo.

Sabato cercheremo di mettere la prima pietra, di aprire questo dibattito e di farlo con il rigore e la serietà che sono necessarie in questi momenti. La Cgil è una grande organizzazione, e credo che nessuno lo metterà mai in dubbio. Oggi però dobbiamo chiederci se la Cgil è grande abbastanza, e se lo sarà ancora per molto. Da questo congresso dovrà uscire una nuova Cgil, in grado di confrontarsi con un mondo nuovo, e soprattutto con un mondo del lavoro nuovo. Sabato discuteremo di questo, di come metterlo in pratica, e per farlo al meglio avremo bisogno di tutte le idee, tutte le voci, tutti i volti. "La Cgil che vogliamo" è soprattutto questo, una Cgil partecipata e plurale. Costruiamola.