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CARA EMMA, TU COSA CI METTI?

Introduzione alla lezione del prof.Riccardo Gallo

di Nicoletta Rocchi

Davvero le parole sono usurate. E il concerto delle continue invocazioni di virtù pubblica e di coesione sociale è ormai un esercizio scolastico, una specie di rito per mettersi la coscienza a posto senza troppa spesa. Da un po' è in onda il peana delle rappresentanze sociali capaci di farsi carico della situazione del paese, di fare scelte di modernizzazione difficili, di travalicare la propria area di rappresentanza per sintonizzarsi con il bene generale. Di rappresentare cioè un sistema virtuoso, alternativo al decadimento della politica. E' così?Le carte sono in regola per tutti?

 

Prendiamo gli industriali, coloro cioè che dovrebbero costituire la spina dorsale della classe dirigente italiana e che continuano a mandare messaggi sempre più feroci a una classe politica sempre meno presentabile agli occhi del suo elettorato e del mondo intero. Bene, non sempre senza ragione, sostengono che in Italia mancano i presupposti per competere. Un sistema fiscale penalizzante, un mercato del lavoro troppo rigido, una burocrazia soffocante, un'interferenza della politica che riduce lo spazio di una corretta competizione economica, un debito pubblico galoppante anche a causa di una spesa sociale che starebbe divorando il futuro, lasciando le giovani generazioni in balia di un destino peggiore di quello dei loro genitori. Sono dunque loro, gli industriali, rappresentanti di un ceto produttivo abbandonato a se stesso, le prime vittime di una situazione ormai insostenibile. Ma questa non è la verità e che non lo sia lo sospettavamo da tempo. Basta scorrere le statistiche internazionali per rilevare come l'Italia è ai primi posti nella crescita delle disuguaglianze, nel blocco di ogni dinamica sociale, nell'aumento del lavoro precario, dell'economia sommersa, dell'evasione e dell'elusione fiscale. Nel contempo è agli ultimi posti nella crescita del PIL, della competitività, della produttività e dell'innovazione. Lo studio presentato da Riccardo Gallo alla Scuola Superiore S. Anna di Pisa, dati e non chiacchiere alla mano, contribuisce a diradare le nebbie della bolsa retorica sui cosiddetti ceti produttivi. Gli industriali italiani, da anni, non investono più, riducono drasticamente i livelli occupazionali, redistribuiscono troppo degli utili agli azionisti, riducono gli ammortamenti e l'indebitamento bancario, allungando la vita media degli impianti, mentre altrove nel mondo avviene esattamente il contrario. Una redistribuzione dunque c'è stata ma a tutto vantaggio della remunerazione del capitale e contro la remunerazione del lavoro. Se all'abbattimento dell'occupazione si aggiunge anche la consistente perdita di potere d'acquisto di salari e stipendi, il quadro è davvero completo. Dunque, c'è da chiedersi, ha senso continuare a battere sempre sullo stesso tasto? Continuare a ridurre retribuzioni, diritti, tutele, copertura contrattuale risolverà i problemi economici dal Bel Paese? Ne dubitiamo fortemente. Così, la prossima volta che siederemo a un tavolo di concertazione, la prima richiesta dovrebbe essere la seguente: “Cara Emma, tu cosa ci metti?”