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Intervista al Prof. Luciano Gallino Stampa E-mail

La crisi ha evidenziato le diseguaglianze e la perdita di reddito dei lavoratori dipendenti. Quali interventi redistributivi, sia sul piano fiscale che contrattuale, a suo giudizio vanno messi in campo?

Penso che un tema centrale a tal riguardo sia la redistribuzione del reddito tra lavoro dipendente e rendite o profitti, il capitale in generale. Negli ultimi due decenni sono stati spostati dagli 8 ai 10 punti di Pil dalle retribuzioni del lavoro dipendente alle rendite. Sarebbe indispensabile recuperare qualche punto, uno o più.

Si tratta di un aspetto centrale per la redistribuzione nel nostro paese. Ritengo quindi indispensabile operare tramite i contratti collettivi nazionali, perché è principalmente nel primo livello di contrattazione che si gioca la nostra capacità di far crescere i redditi, anche se il livello aziendale può dare una mano. Ma la partita sulla redistribuzione del reddito si gioca principalmente sul piano nazionale.


E sul piano fiscale?

Naturalmente il problema è che la crisi, che è partita dalla stessa cattiva distribuzione del reddito a livello globale, ma che poi è stata aggravata da una componente finanziaria, ha sottratto risorse che dovevano sostenere, dovrebbero sostenere, la protezione sociale, la sicurezza umana e sociale complessiva. Quindi il rischio è non soltanto che si comprimano ulteriormente i salari, ma che si smontino pezzi di stato sociale. È già avvenuto con le pensioni, potrebbe avvenire con la sanità e con altri beni pubblici. Occorre fare un ragionamento complessivo sul reddito, che comprende il reddito durante il lavoro, ma anche il reddito dopo il lavoro, perché se una riflessione sulla fiscalità in età lavorativa si traducesse in ulteriori tagli a previdenza e sanità, si tratterebbe di un pessimo baratto, un pessimo scambio.

La crisi ha evidenziato gli aspetti patologici del mercato del lavoro, di cui la precarietà è l'elemento più drammatico. Com'è possibile a suo giudizio unificare il lavoro tornando al tempo indeterminato e limitando il tempo determinato solo a poche e specifiche causali?

Sarebbe necessario, come tra l'altro ho scritto in un mio lavoro qualche tempo fa, pensare ad una nuova legge "del lavoro" o "sul lavoro", che parta dagli articoli della Costituzione che di lavoro si occupano per superare la controriforma operata a partire dagli anni '90, perché la precarietà non è nata con il decreto attuativo del 2003. Non so se i tempi siano maturi per farlo, ma è sicuramente utile una legge complessiva che metta al centro il lavoro a tempo indeterminato e preveda anche alcune deroghe. Non più di 5-6, perché in alcuni casi il part-time, il lavoro a termine o il contratto a progetto possono essere utilmente applicati, utili anche alle famiglie ed ai lavoratori stessi. Una nuova legge potrebbe recuperare lo spazio che si è perso frammentando i contratti in oltre 40 tipologie differenti.

E secondo lei, rispetto alle giovani generazioni, cosa può essere fatto sul lungo periodo per provare a stabilizzarne l'occupazione?

I giovani, intanto, andrebbero assunti a tempo indeterminato. Negli ultimi anni siamo arrivati al 75-80% di assunzioni a tempo determinato. Così si aggravano i percorsi della precarietà, che dà vita a quella che alcuni chiamano la "trappola" del precariato. Naturalmente bisognerebbe investire maggiormente in formazione, anche sulla formazione al lavoro, perché la precarietà, costituendo una sorta di spirale che si autoalimenta, si accompagna ad una carenza di formazione. Contratti brevi significa anche scarsa formazione in azienda, ma anche scarsa domanda di formazione preliminare, perché se un'impresa intende utilizzare un lavoratore per periodi tanto brevi, questo significa che la sua formazione iniziale è scarsamente importante, che si offre a quella persona un lavoro che si apprende in poche settimane, molto spesso in un giorno, in casi estremi in poche ore.
Il destino dei giovani sarebbe comunque meno precario se invece di 45 tipologie tra cui scegliere per offrire lavoro precario, esistesse un solo tipo di contratto con un numero molto limitato di deroghe.

Rispetto agli ammortizzatori sociali, quali riforme pensa vadano messe in campo, sia per chi oggi ne beneficia che per chi ne è escluso?

Penso si debba procedere verso qualche forma di reddito minimo garantito, o basic income, come si dice nel lessico internazionale. So che questo è un tema ispido per il sindacato, lo è da almeno 40-50 anni, non da oggi.
La crisi ha rivelato le profonde fragilità del sistema economico mondiale. Gli studi più recenti ed i rapporti di istituti ed organizzazioni come il F.M.I e l'Ocse, concludono nel dire che prima di recuperare l'occupazione persa in questo periodo ci vorranno, a seconda degli interventi che si metteranno in campo, dai 7 ai 10 anni, ed è anche possibile che una parte di occupazione non sia più recuperata. Di fronte ad uno scenario di questo genere occorre collocarsi realisticamente dinnanzi al fatto che non bastano gli ammortizzatori sociali. Occorre cioè una forma di sostegno al reddito che non sia rigidamente collegata al lavoro. Questo riguarda principalmente i giovani che un lavoro non lo hanno mai avuto, ma anche chi ha trascorso un periodo in cassintegrazione, in mobilità, in disoccupazione, e giunge alla fine di questo periodo senza alcun sostegno al reddito. Non si tratta di fare innovazioni straordinarie o fuori dal mondo. Ad esempio in Francia esiste quello che prima si chiamava "reddito minimo garantito" e adesso si chiama "reddito di solidarietà attiva", che assicura anche ai giovani che non hanno ancora un lavoro un minimo di sostegno. Quindi non si tratta semplicemente di estendere gli ammortizzatori sociali, ma probabilmente di sostituirli con forme di sostegno al reddito che allentino il collegamento rigido che oggi esiste tra lavoro e reddito.

A suo avviso in questo quadro così complesso quali priorità deve mettere in campo il sindacato? Secondo lei tra queste dovrebbe esserci una legge sulla rappresentanza e sulla validazione degli accordi?

Sarei favorevole ad una legge di questo tipo. Ma credo che prima della legge si debbano recuperare delle posizioni sul terreno della capacità del sindacato di rappresentare validamente gli interessi materiali ed ideali dei lavoratori. Ricorro spesso ad una semplificazione. Il sindacato si è storicamente affermato, ed ha avuto un grande peso nell'emancipazione dei lavoratori e nel miglioramento delle loro condizioni di lavoro, perché aveva a che fare con tre tipi di unità: l'unità di tetto, l'unità di padrone, l'unità di condizioni di lavoro. Unità di tetto significava centinaia di persone che lavoravano sotto il medesimo tetto, il medesimo stabilimento, il medesimo palazzo, ed erano quindi a portata di voce, di ciclostile. L'unità di padrone significava che in una vertenza, che la si vincesse o la si perdesse, ci si giocava tutto, perché il padrone comunque era uno. Unità delle condizioni di lavoro significava stesso contratto di lavoro, che nel dopo guerra, fino agli inizi degli anni '80, era il contratto a tempo indeterminato. Occorre adoperarsi per ricostituire in qualche modo questi tre tipi di unità (di tetto, di padrone e di condizioni di lavoro), in controtendenza rispetto all'evoluzione dell'organizzazione produttiva, che è andata intenzionalmente in senso contrario per spezzare le tre unità, perché in assenza di esse il sindacato perde la sua base rappresentativa. Per fare questo occorre guardare più a fondo negli odierni processi produttivi, che in molti casi probabilmente non sono assoggettabili a qualche forma di ritorno al passato, ma in altri lo sono. L'intero discorso sulla globalizzazione andrebbe ripreso, perché la globalizzazione è stato in primo luogo un grande insieme di politiche del lavoro sul piano internazionale. Sono queste politiche ad aver spezzato l'unita di tetto, padrone e contratto, non meno delle nuove tecnologie o delle nuove modalità produttive. Penso che sia molto difficile recuperare rappresentatività se non si cerca di operare un recupero di queste tre forme di unità.

Come giudica lo sciopero dei lavoratori migranti del 1 Marzo? Quale dovrebbe essere secondo lei l'atteggiamento del sindacato di fronte ad una iniziativa che rischia di dividere i lavoratori tra nativi e migranti?

Sussiste un rischio di divisioni, che già emergono a causa della crisi. Un'azienda che deve mettere in cassintegrazione i lavoratori o, peggio ancora, licenziarli, è posta di fronte alla drammatica eventualità di dover scegliere se licenziare in parte, quando non tutti, i lavoratori immigrati prima di quelli italiani. Si tratta per tutti di decisioni drammatiche. D'altra parte il tema del peso dei migranti sull'economia italiana e sul loro ruolo avrebbe un ruolo nella limitazione delle posizioni più retrive che vengono da destra, che a volte sfociano nel razzismo, ma anche quando così non è rappresentano un ripiego: vedere chi porta lavoro e ricchezza come un nemico. Certamente la questione è delicata, perché si rischia di accrescere ulteriormente la divisione tra i lavoratori. Ma il sindacato non dovrebbe osteggiare una manifestazioni che potrebbe avere questa importante funzione di dimostrare che dei lavoratori immigrati non è possibile farne a meno, e non solo nelle famiglie che hanno badanti, ma anche nelle costruzioni, nell'industria meccanica, nella ristorazione, ed in moltissimi altri settori. La popolazione italiana in prospettiva produce 1,3 giovani, mentre per riprodurre se stessa e restare qual'è ne ha bisogno di più di 2. La differenza è data dagli immigrati anche se la questione ha aspetti molto problematici.