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Più uguaglianza per uscire dalla crisi
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Le proposte

Riunificare e valorizzare il lavoro

Di fronte ai problemi di disgregazione e precarizzazione del lavoro, che la crisi tende a ingigantire, la CGIL deve porsi il problema del cambiamento degli attuali equilibri sociali a favore del lavoro dipendente, puntando con determinazione e nettezza alla riunificazione del lavoro quale obiettivo fondamentale per uscire in modo duraturo dalla crisi.

Tale riunificazione attraversa tutti gli aspetti dell'articolazione sociale. L' esigenza della flessibilità,assurta a ideologia, è servita da copertura a un processo di precarizzazione di massa con 40 tipologie di rapporti di lavoro che ormai riguardano una fetta progressivamente crescente di lavoratori, privi delle tutele e dei diritti di cui godono i lavoratori a tempo indeterminato.

La riunificazione del mondo del lavoro oggi assume una valenza strategica, al cui interno risiede anche la sopravvivenza del sindacato come strumento di rappresentanza collettiva e del contratto nazionale come elemento unificante del mondo del lavoro.Per queste stesse ragioni va superata la legge 30. Altrimenti,l'accesso al lavoro sarà sempre più segnato dalla progressiva estensione della precarietà. Negli ultimi due anni oltre l'80% delle assunzione è avvenuta con contratti di lavoro precari:anche per questo la condizione dei giovani rappresenta il sintomo più evidente e drammatico di una società bloccata, chiusa, in cui i processi selettivi si basano sul censo, sul familismo e sulla cooptazione.

La valorizzazione del merito, agitata dalla destra come una bandiera ideologica identitaria,non fa che cronicizzare tali discriminazioni e disuguaglianze. Occorre,al contrario, costruire le condizioni perché adeguate e rinnovate politiche pubbliche rendano possibile coltivare e valorizzare il merito di ciascuno, mettendo tutti in condizione di concepire e realizzare il proprio progetto di vita.

Più si accentuano le differenze ( per cui a parità di mansione non corrisponde parità salariale e di diritti), più esse appaiono giustificate alla luce dei sistemi di organizzazione delle aziende, delle amministrazioni, dei servizi pubblici, esclusivamente in termini di compressione dei costi e di accentuazione dello sfruttamento.

La riorganizzazione dei cicli lavorativi con la loro scomposizione in una catena infinita di imprese di diverse dimensioni, rende evidente l'intollerabilità di diritti diversi,a partire dall'art.18, nella condizione lavorativa.

Per questo è necessario darsi i seguenti obiettivi:

  • i canali di accesso al lavoro vanno semplificati e riunificati, ripristinando la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, senza distinzione di tipologia o di dimensione aziendale nell'esercizio di tutti i diritti previsti dallo statuto dei lavoratori;
  • i contratti a termine e quelli a causa mista vanno non solo resi maggiormente onerosi per il datore di lavoro ma soprattutto ricondotti a fattispecie circoscritte e ben definite, mentre vanno superate tutte le altre forme di accesso al lavoro,a partire dalle collaborazioni a monocommittenza e dai contratti a somministrazione;
  • il part-time va regolamentato, affinché nei settori deboli del mercato del lavoro, non si trasformi in "lavoro a chiamata" attraverso il lavoro supplementare;
  • il superamento della legge Bossi Fini che preveda l'eliminazione del contratto di soggiorno,vale a dire del legame inscindibile tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.In attesa del superamento della legge, devono essere chiusi i Centri di Identificazione ed Espulsione e dev'essere consentita la possibilità di estendere la normativa prevista dall'art.18 del testo Unico sull'Immigrazione,cioè la concessione del permesso di soggiorno per motivi di giustizia, anche nei casi di sfruttamento sul lavoro.
  • la legislazione relativa al socio lavoratore va cambiata,legislazione che oggi consente la deroga al contratto nazionale;
  • lo sviluppo di un'azione contrattuale e normativa contro il ricorso al massimo ribasso negli appalti, per l'introduzione – in caso sia di successione di appalti che di cessioni di ramo d'azienda - di clausole sociali volte a garantire la continuità occupazionale in solido tra cedente e cessionario. Nel caso di esternalizzazione dei servizi sia in attività pubbliche (a partire da quelli alla persona) che private,è necessario garantire parità di trattamento a parità di mansioni svolte tra lavoratori dipendenti e in appalto ;
  • la formazione continua è parte essenziale di una strategia di politica attiva per una piena e buona occupazione. L'accesso alla formazione continua, sia pubblica che di derivazione contrattuale, è anch'esso un diritto a valenza universale che la legislazione deve garantire anche attraverso una legge sulla formazione permanente. Tale diritto va rafforzato e declinato nei contratti, i quali devono anche prevedere i percorsi di crescita e sviluppo di carriera correlati.
    In quest'ambito, i fondi interprofessionali, costituiti con le risorse dello 0,30 affidate in passato alla gestione pubblica ed ora invece ad una gestione bilaterale, non hanno finora raggiunto l'obiettivo di determinare per i lavoratori azioni formative maggiormente efficaci ed efficienti, rischiando invece di rafforzare un sistema in cui diventa prevalente l'erogazione di risorse economiche alle imprese. Si tratta quindi di definire nuove regole di funzionamento e di esercitare un maggiore controllo, che passa anche dalla diminuzione del numero stesso dei fondi.
  • gli ammortizzatori sociali devono avere carattere universale e vanno pertanto estesi a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori senza distinzione.Va superato il massimale attualmente previsto per la CIG perché si arrivi all'80% della retribuzione e ne va raddoppiata la durata. Il loro finanziamento è affidato all'estensione del sistema contributivo. Essi devono essere sottratti alla discrezionalità e alla parzialità dello scorretto sviluppo della bilateralità;
  • l'estensione e il prolungamento dell'Indennità di Disoccupazione, con la modificazione degli attuali vincoli di accesso e l'introduzione della prova dei mezzi (reddito e patrimonio personale). Con lo stesso meccanismo va definito un Reddito Minimo Sociale o Salario sociale,sul modello di altri paesi europei, al quale alcune regioni si sono già ispirate. Questi interventi devono avere la copertura finanziaria attraverso la fiscalità generale;
  • il riconoscimento per via legislativa dell' efficacia erga omnes dei Contratti Nazionali di Categoria, validati da criteri oggettivi di misurazione della rappresentanza delle OO.SS. firmatarie e dal referendum delle lavoratrici e dei lavoratori interessati.E' questa la condizione per configurare un salario minimo garantito di categoria per via contrattuale.
  • il carattere integrativo e contrattuale degli Enti Bilaterali.Va contrastata e respinta l'idea, contenuta nel Libro Bianco del Governo, della diffusione e sviluppo degli Enti Bilaterali.Il carattere integrativo e contrattuale della bilateralità rimane tale solo se il sindacato, e in primo luogo la CGIL,rilancia l'iniziativa per qualificare ed estendere il Welfare pubblico e universale.
    Per questo occorre modificare quelle forme di bilateralità che, pur finanziate dai contratti,non erogano alcuna prestazione.
    In nessun caso dagli Enti Bilaterali dovranno essere trasferite risorse al sindacato e alle sue emanazioni e remunerazioni ai dirigenti sindacali.

 

Per una giusta redistribuzione della ricchezza

L'Italia è il sesto paese, secondo la classifica dell'OCSE, per disuguaglianza nella distribuzione del reddito.

Circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1300 euro netti al mese.

Circa 6,9 milioni ne guadagnano meno di mille.Di questi oltre il 60% sono donne.

Secondo l'ISTAT,vivono in Itali 2,9 milioni di individui in condizione di povertà assoluta e 8 milioni in condizioni di povertà relativa

Nel Sud, il rapporto è 5 volte superiore rispetto al resto del Paese..

Il 10% delle famiglie ricche possiede circa il 50% dell'intera ricchezza delle famiglie italiane.

Negli ultimi 20 anni c'è stata un 'enorme redistribuzione della ricchezza:ben 10 punti di PIL sono transitati dalle retribuzioni da lavoro dipendente a profitti e rendite finanziarie.

L'azione della CGIL, del sindacato confederale, deve farsi,sulla necessità di invertire questa tendenza, più forte e radicale.Occorre onestamente prendere atto che un'epoca si è definitivamente chiusa e il limite di sopportabilità sociale di questa situazione è da tempo superato. E' com'è ovvio un decisivo problema di giustizia ed equità ma anche l'approccio più corretto per affrontare la crisi, poiché è proprio nel cuore di questo problema che essa affonda le sue radici e le sue cause.

Serve una nuova strategia rivendicativa che, come si è detto in premessa, affronti contemporaneamente tre grandi temi:il fisco,l'accesso ai servizi essenziali e universali, la contrattazione.

Attraverso il fisco

Il sistema fiscale italiano è, per riconoscimento generale, quanto di più ingiusto, squilibrato, inefficiente si conosca,con pochi paragoni nel mondo avanzato e civile.Tutto ciò in presenza di una tassazione media tra le più alte dei paesi sviluppati.

Nei dati sulle dichiarazioni fiscali si conferma l'antico paradosso del nostro Paese:i lavoratori dipendenti guadagnano più di tutti.Sono largamente la maggioranza anche tra le poche decine di migliaia di super-ricchi sopra i 200000 euro. Per testare l'attendibilità di questo dato, sarebbe sufficiente incrociarlo con l'immatricolazione di barche e auto di lusso.

Non è possibile che circa l'80% del reddito complessivamente dichiarato provenga da lavoro dipendente e pensioni.Solo il 5% sono redditi di impresa e il 4,2% da lavoro autonomo.

La spiegazione di tutto ciò sta nel più alto tasso di evasione e elusione fiscale d'Europa, dato che presumibilmente supera i 100 miliardi di minori entrate.

La riforma fiscale è quindi è un'assoluta priorità dell'iniziativa sindacale, per ragioni di giustizia sociale e , nello stesso tempo,per garantire lo sviluppo economico e affermare e qualificare l'universalità dei diritti alla pensione, alla sanità, alla scuola, alla casa.

Non si tratta di un generico appello alla riduzione delle tasse.Si tratta di abbatterle significativamente per il lavoro dipendente e le pensioni, di aumentare il prelievo per gli strati sociali più ricchi e soprattutto di farle pagare a chi evade.

E' necessario un consistente aumento delle detrazioni fiscali specifiche per il lavoro dipendente,il recupero del fiscal drag, un intervento straordinario per strumenti e risorse contro l'evasione fiscale,l'introduzione di una tassa sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie ,un aumento del prelievo sulla rendita finanziaria che si collochi nella media europea.

La CGIL si pone l'obiettivo di ripristinare il principio costituzionale della progressività,dove ciascuno paghi in proporzione al reddito e alla ricchezza che possiede.

Le politiche del Governo vanno scientemente nella direzione opposta:con condoni tombali periodici, con vere amnistie come di fatto si configura lo scudo fiscale per il rientro dei capitali, con azioni finalizzate a favorire la rendita finanziaria, il sistema assicurativo e tutte le sue variegate forme spesso sostitutive delle funzioni dello Stato Sociale.Non si riducono le tasse sulla produzione, sulle retribuzioni e sulle pensioni ma sugli straordinari, i premi di risultato variabili, gli Enti Bilaterali, i Fondi assicurativi privati.Gli effetti di queste scelte scardinano il patto fiscale a base del vivere collettivo e creano insopportabili disuguaglianze oltrechè ulteriori divisioni nel mondo del lavoro tra insiders e outsiders, lavoratori della grande impresa e della piccola, come di fatto finisce per fare il vantaggio fiscale per la contrattazione aziendale.

 

Attraverso la contrattazione

Anche sul versante contrattuale,una fase va considerata chiusa e occorre con decisione imboccare una diversa strada.

L'azione rivendicativa e contrattuale deve tornare ad essere ispirata da un'autonoma analisi della situazione economica, produttiva e sociale, da una visione sindacale delle compatibilità rispetto all'obiettivo prioritario della redistribuzione dei redditi:peraltro qualsiasi politica dei redditi che oggi si volesse praticare per aumentare la crescita, non potrebbe che partire dall'esigenza prioritaria di rafforzare la domanda attraverso la leva fiscale e contrattuale.

In definitiva, oggi, la contrattazione e i suoi obiettivi devono essere una leva di politica economica in mano alla libera determinazione e alla dialettica delle forze sociali.

La fase nella quale obiettivi di sviluppo,di risanamento economico e finanziario, di miglioramento della competitività del sistema possano esclusivamente basarsi sulla moderazione salariale è finita.

La stessa velocità dei cambiamenti economici,tecnologici e produttivi impongono capacità di adattamento e tempestività di intervento che vanno in questa direzione.E' necessario affermare a tutti i livelli l'autonomia contrattuale e della pratica rivendicativa del sindacato confederale.

Il Contratto Nazionale deve rafforzarsi come elemento di unità e solidarietà per difendere e aumentare la retribuzione reale, innovare, qualificare gli aspetti normativi generali per l'insieme delle lavoratrici e dei lavoratori.Nel porsi il problema della sua evoluzione,è alla dimensione europea che occorre guardare in una chiave realmente moderna e innovativa così come all'evoluzione della contrattazione nazionale verso una dimensione di più ampi aggregati (industria, servizi privati, servizi pubblici ecc.).

La contrattazione di secondo livello ,aziendale, territoriale,di settore, di sito o filiera produttiva e distretto è per la CGIL di altrettanta importanza e crucialità e va quindi estesa in qualità e quantità. Essa deve intervenire su tutti gli aspetti della condizione di lavoro,compreso l'incremento della retribuzione aziendale.

Dovrà essere impegno per tutta la CGIL l'avvio di una grande stagione di contrattazione di sito per ricomporre la frantumazione contrattuale oggi presente in tutti i luoghi di lavoro.Fondamentali saranno i temi della sicurezza, delle agibilità e della esigibilità dei diritti.

La CGIL deve assumere come prioritaria la sfida dell'organizzazione del lavoro, deve acquisire la forza necessaria per incidere sui contenuti del lavoro attraverso la valorizzazione delle professionalità di tutti e tutte. Flessibilità,precarietà,condizione di migrante hanno effetti diretti e devastanti sulla stessa salute e sicurezza:la CGIL si impegna ad una iniziativa diffusa e a una campagna di formazione capillare per tutte le RLS e tutte le RSU sulla sicurezza, che dia strumenti atti a contrastare l'aumento degli infortuni, in particolare per i lavoratori con contratti atipici.

L'iniziativa contrattuale articolata deve accompagnarsi al grande obiettivo di riunificazione del lavoro contro la sua frantumazione e precarizzazione.Va gradualmente ricostruita omogeneità di diritti e tutele attraverso la ricomposizione contrattuale della filiera produttiva, del ciclo lavorativo fino al prodotto finale.

L'accordo separato definisce inoltre vincoli che, irrigidendo e burocratizzando il sistema, prefigurano l'irrilevanza nel tempo del ruolo del contratto nazionale ed una contrattazione aziendale basata, non sulla dialettica paritaria degli interessi, ma sulla subordinazione agli orientamenti dell'impresa. Non è più rinviabile l'accorpamento e la riduzione degli oltre 400 contratti nazionali di lavoro esistenti, ormai privi di senso alla luce dei processi di trasformazione produttiva,tecnologica e professionale avvenuti.Questi accorpamenti dovranno definirsi attraverso una severa analisi dei cicli lavorativi e delle analogie per grandi comparti, come condizione per evitare accorpamenti di natura meramente burocratica o di convenienza politica e sindacale.

In conclusione, questa strategia e pratica contrattuale, anche al fine di non lasciare esposti i lavoratori dei settori più deboli privi di sufficiente forza rivendicativa, consentirà di riconquistare un nuovo sistema contrattuale condiviso,non centralistico e ingessato,capace di adattarsi alle diverse situazioni e di avere nel contempo regole comuni certe ed esigibili.

Per una reale riunificazione del mondo del lavoro è poi indispensabile rafforzare la contrattazione sociale territoriale, che nel corso di questi anni, anche grazie alla CGIL, ha avuto un impulso significativo a tutti i livelli. Oggi assume grande rilevanza il ruolo degli Enti Locali nel sostegno al reddito e nella difesa dei servizi sociali per le fasce di popolazione più in difficoltà.

Pur non normata, la contrattazione sociale ha raggiunto obiettivi significativi che devono essere consolidati ed estesi a tutti i territori, affrontando i problemi legati ai tagli dei trasferimenti agli Enti Locali, alla difesa del carattere pubblico dello Stato Sociale Locale; lo stesso dicasi per materie inerenti la qualità della vita (assistenza, casa, trasporti, ambiente, asili, etc.) sia per quanto concerne la difesa del potere d'acquisto delle pensioni e dei salari contrattando le tariffe, le esenzioni relative, le addizionali IRPEF, etc. Per estendere la nostra capacità contrattuale sul territorio è necessario realizzare percorsi di coinvolgimento diretto delle categorie, dei delegati e dei cittadini per costruire piattaforme rivendicative partecipate e rappresentative dei reali bisogni dei lavoratori e dei pensionati che insieme agli accordi possano essere validate democraticamente con il voto.

Occorre infine spostare in avanti la frontiera della democrazia economica, allargando e qualificando le sedi di informazione e confronto sui tanti e complessi aspetti della vita dell'impresa, temi oggetto oggi di semplice comunicazione.Tali avanzamenti sono la condizione per sperimentare forme più avanzate di assetti societari partecipativi,quale quello duale, valutando a tal fine esperienze di altri paesi anche nei loro aspetti critici.Occorre definire una proposta che qualifichi e sviluppi il sistema delle relazioni industriali senza intaccare la distinzione dei ruoli e l'autonomia delle parti ,partendo da un punto di vista autonomo del mondo del lavoro che intervenga sulle strategie industriali e le finalità delle produzioni ed escludendo quindi un approccio angustamente ideologico quale la partecipazione sindacale agli assetti azionari e alla distribuzione degli utili come parametro retributivo e ovviamente la partecipazione ai Consigli di Amministrazione.

 

Attraverso le pensioni

Sul piano previdenziale, la nostra iniziativa deve difendere il sistema pubblico a ripartizione ,fondato su un patto solidale tra le generazioni e garantire un più efficace adeguamento del valore delle pensioni in essere alla dinamica reale del costo della vita.

L'aumento della disoccupazione e della precarizzazione e discontinuità del lavoro segnatamente delle nuove generazioni, gli effetti della crisi globale sul PIL si riverseranno negativamente sul sistema di calcolo previdenziale contributivo che, a regime, potrà loro garantire, nel migliore dei casi,una copertura della pensione pubblica al 50% dell'ultima retribuzione e una ridotta efficacia della previdenza complementare.Occorre dunque porsi l'obiettivo di modificare il sistema di attualizzazione e di calcolo del montante contributivo,non escludendo il ricorso alla fiscalità generale,per assicurare un tasso di sostituzione oltre il 60% rispetto all'ultima retribuzione.

Vanno respinti con forza gli aumenti dell'età pensionabile, dei quali l'elevazione dell'età pensionabile delle donne del pubblico impiego è solo il primo passo, riaffermando il principio della flessibilità in uscita.

Gli effetti della crisi finanziaria globale sui fondi pensione implicano un'esigenza di riflessione sulle prospettive del sistema previdenziale, la cautele e i correttivi necessari, a partire dalla separazione tra previdenza e assistenza.La previdenza integrativa deve mantenere il carattere complementare e volontario.Va aumentata la massa critica dei fondi pensionistici integrativi anche attraverso aggregazioni dei fondi contrattuali.Va garantita la possibilità che anche l'INPS possa diventare soggetto di fondi pensionistici integrativi.

Le risorse vanno finalizzate ad azioni di sostenibilità sociale, delimitando fortemente l'investimento nei comparti azionari a più alto rischio. Inoltre vanno individuate forme assicurative per garantire i lavoratori che andranno in pensione nel pieno di forti crisi finanziarie.

Per quanto riguarda infine le pensioni in essere,vanno incrementate quelle più basse, a partire da quelle da lavoro dipendente, va rivendicato per tutte l'adeguamento reale al costo della vita e un riferimento all'incremento delle retribuzioni.

Va sostenuto il reddito dei pensionati anche attraverso una vertenzialità diffusa a livello territoriale per adeguate politiche sociali e di sostegno (servizi,politiche tariffarie ecc)
Va inoltre rivendicato un forte rifinanziamento del fondo nazionale per la non autosufficienza alimentato dalla fiscalità generale, anche con tassa di scopo.Tale fondo deve garantire a coloro che hanno bisogni e requisiti le necessarie risposte in termini di sostegno economico e/o di servizi, la cui offerta dovrà essere organizzata dagli Enti Locali.

 

 

Un sindacato autonomo democratico rappresentativo

I meccanismi di partecipazione e di vita democratica si sono progressivamente isteriliti e il recente accordo separato sul sistema contrattuale delinea un sistema rigidamente accentrato e riduce, nel concreto, gli spazi di rappresentanza contrattuale.
Quel che è ancora più grave, l'accordo separato sulle regole della contrattazione ha rotto una prassi pluridecennale, basata sulla rappresentatività delle tre grandi confederazioni italiane. In virtù di tale prassi si è prodotto, nel tempo, un sistema normativo cui è stata riconosciuta efficacia tendenzialmente generale, in analogia a quanto previsto dall'art.39 della Costituzione. Questa condizione oggi non esiste più, sostituita dal mutuo riconoscimento tra rappresentanze di interessi indebolite , che esclude ogni forma di verifica democratica dell'effettiva rappresentatività dei soggetti rappresentanti e di validazione democratica da parte dei soggetti rappresentati.
La situazione è anomala e insostenibile. La rappresentanza sociale del lavoro diverrebbe l'unico caso in cui non è prevista alcuna forma di legittimazione esplicita se non quella che, reciprocamente, si riconoscono quelle parti contraenti che condividono un determinato risultato (ad esclusione di chi non lo ha condiviso), senza possibilità di sottoporlo a verifica e a validazione. Validazione ancor più necessaria a fronte di posizioni diverse fra le organizzazioni sindacali.
Si deve rispondere a questa involuzione con un progetto e una politica rivendicativa che parli a tutto il mondo del lavoro e ai pensionati e li renda di nuovo protagonisti e non solo destinatari delle scelte del sindacato. E' questo un proposito impegnativo e una sfida difficile.
Bisogna in primo luogo sconfiggere la sfiducia e la rassegnazione.
Bisogna ridare valore alla partecipazione attiva.
Bisogna essere inclusivi, accoglienti, aprirsi ai giovani che faticano a riconoscere nel sindacato uno strumento in grado di aiutarli a realizzare i loro progetti di vita.

 

Una vera democrazia sindacale

Bisogna ricostruire una vera democrazia sindacale, dal basso, basata su una assiduità di rapporto e dialogo, a partire dai problemi del vissuto quotidiano. A tale proposito, si impone un rinnovamento profondo della nostra rappresentanza sindacale di base: la generalizzazione delle RSU su base elettiva è un compito primario,che deve fare i conti anche con i profondi cambiamenti nell'organizzazione del lavoro.
Il no della CGIL alla controriforma del modello contrattuale è quindi una scelta costituente per una riforma democratica di tutto il sindacato, fondata sulla democrazia e sul rilancio della contrattazione a tutti i livelli.
Dopo le scelte compiute da CISL e UIL che hanno prodotto la grave rottura attuale, abbiamo di fronte una fase di esplicito pluralismo anche nella pratica rivendicativa. Oggi non è realistico ipotizzare di andare oltre l' azione unitaria sulle singole questioni. Ma pluralismo sindacale, accordi che si applicano a tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti alle organizzazioni sindacali, labilità di regole democratiche sono tutti aspetti tra loro inconciliabili che portano alla deriva delle relazioni sindacali e rafforzano esclusivamente i datori di lavoro, assegnando loro, di fatto, ogni potere decisionale. Il sistema che ha funzionato, sia pure tra alterne vicende, dal dopoguerra ad oggi, non può reggere alla torsione cui è stato sottoposto. Ciò pone interrogativi esistenziali alle altre organizzazioni sindacali al pari della CGIL .

 

Valori e pratiche della confederalità

La natura confederale si sostanzia di valori e pratiche, senza le quali si cristallizza in burocrazia autoreferenziale, in un ferreo ordine gerarchico, chiuso e conservatore, basato su una rigida presunzione di rappresentatività che esclude ogni forma di verifica democratica .La natura confederale vive e si esplicita a partire dal territorio, dal rinnovamento e dal coinvolgimento dei delegati, dei lavoratori e dei pensionati su obiettivi sociali precisi, riferiti alla qualità delle condizioni di vita e di lavoro. Essa non è riconducibile esclusivamente al rapporto concertativo con le istituzioni locali e territoriali, ma si nutre dell'intreccio tra la contrattazione sociale territoriale e la contrattazione articolata nei luoghi di lavoro, si sviluppa in una vertenzialità diffusa di contrasto allo smantellamento dello stato sociale e alla privatizzazione dei servizi e dei beni comuni.
Per questo il modello contrattuale dell'accordo separato porta con sè una idea di confederalità che non è della CGIL perché fondata sulla centralizzazione e sulla riduzione della contrattazione di categoria in un ambito corporativo con vincoli e limiti precisi.
L'autonomia negoziale nella pratica rivendicativa è condizione perché la dimensione confederale e di categoria costruiscano un reale intreccio che dia un senso generale al rapporto tra contrattazione aziendale e contrattazione sociale nel territorio. In questo senso ci vuole maggiore confederalità, assumendone il carattere vertenziale e rivendicativo e non certo invocando una retorica della concertazione, oggi improponibile.
Non ci può essere rassegnazione nei confronti dell'inesorabile logoramento della forza e del ruolo del sindacato confederale. L'Unità rappresenta un valore fondante per la CGIL e un obiettivo da perseguire anche nei momenti difficili come l'attuale.
La legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale è dunque un passaggio ormai ineludibile. Essa costituisce l'asse dell'iniziativa politica della CGIL anche nei confronti delle altre due confederazioni e deve diventare oggetto di una forte campagna di mobilitazione delle coscienze, non meno importante di quella sulla libertà di informazione, cui la CGIL sta contribuendo in modo determinante.
Questa iniziativa si inscrive nello sforzo di rigenerazione del sindacato confederale e ne costituisce la fondamentale pre-condizione.Alla luce di quanto avvenuto, non sono possibili vertenze unitarie che non siano accompagnate da regole democratiche sulla validazione degli accordi, segnatamente a fronte di posizioni diverse.
La certificazione della rappresentatività effettiva da un lato, la validazione democratica delle piattaforme e dei risultati negoziali dall'altro, sono elementi fondativi di un sindacato a forte identità: democratico, pluralista, autonomo, unitario, pur nel riconoscimento delle diversità.
L'autonomia negoziale e la democrazia sindacale si accompagnano alla necessità di ridefinire il rapporto tra il sindacato, le istituzioni e gli schieramenti politici. In particolare, nel nostro paese, dove il bipolarismo affonda le sue radici in una crisi politica e di rappresentanza che persiste da molti anni, il rapporto tra sindacato e politica influisce profondamente sulla credibilità stessa delle scelte contrattuali.
Va riaffermato il valore dell'autonomia e/o dell'indipendenza e respinta ogni forma di collateralismo, anche se, per i valori e i progetti sociali di cui è portatore, per gli interessi che rappresenta, il sindacato confederale non può prescindere dal rapporto esistente tra i programmi elettorali e le politiche degli schieramenti politici e gli interessi della sua area di rappresentanza.
L' autonomia e/o indipendenza non significa in alcun modo indifferenza. Ed infatti, la lotta contro la deriva autoritaria che il modello di potere berlusconiano sta imponendo al paese, la crescita delle disuguaglianze, l'abbattimento delle conquiste sociali affonda le sue radici nelle storia e nella cultura profonda della CGIL.
L'esercizio della rappresentanza sindacale anche nel suo confronto con la rappresentanza politica deve avvenire nella limpida affermazione delle ragioni del lavoro, nella consapevolezza del suo valore centrale in una società moderna ed equilibrata. Sono le ragioni dell'uguaglianza, delle pari opportunità, della solidarietà, dei diritti.
La CGIL deve essere portatrice di un proprio progetto autonomo come espressione degli interessi del lavoro subordinato e dei pensionati e di una pratica negoziale che, in quanto tale, si confronta con le forze politiche.
In questo quadro vanno rigorosamente rafforzati ed estesi i meccanismi di incompatibilità dei dirigenti rispetto ai partiti e le istituzioni, così come va verificata a tutti i livelli dell'organizzazione, l'applicazione delle norme di incompatibilità rispetto ad enti di gestione e società non di diretta emanazione sindacale, strumentali alla sua attività.

 

La CGIL che vogliamo

La discontinuità, il cambiamento e l'innovazione che vogliamo per la vita esterna dell'organizzazione a maggior ragione devono valere per la sua vita interna.
Occorre operare in direzione del superamento di un'eccessiva burocratizzazione e di un accentramento di poteri e decisioni che genera l'incrostazione di consolidati assetti di potere, una sostanziale autoreferenzialità spesso coperta da un pervasivo orgoglio autocelebrativo.
Lo stesso dibattito interno risulta dunque e inevitabilmente bloccato e ossificato in posizioni precostituite, secondo una rigida logica di schieramenti e di contrapposizione amico/nemico: è dunque assolutamente necessario invece liberare la ricerca di soluzioni comuni ,attraverso la libera circolazione delle idee.
Tale inversione di tendenza deve consentire anche la riapertura del confronto con la comunità culturale, scientifica e accademica che ha smesso da tempo di vedere nella CGIL un punto di riferimento, una palestra di idee, un laboratorio di formazione degli orientamenti.

 

Il rilancio della confederalità

La nostra idea di confederalità è fondata su un progetto di trasformazione della società che fa del principio di uguaglianza e solidarietà, della partecipazione e della democrazia, dei valori sociali e civili della nostra Costituzione, dell'obiettivo della costruzione di un vero spazio sociale europeo basato sull'affermazione dei diritti sociali e del lavoro, l'orizzonte di riferimento.
Sono queste le premesse per un rilancio della confederalità, non più come una sorta di istanza gerarchica superiore ma come una politica e una prassi democratica, che deve vivere concretamente a partire dal territorio,dal coinvolgimento dei delegati, su obiettivi sociali precisi, su una sintesi più compiuta degli interessi generali del mondo del lavoro,spostando a tal fine risorse e poteri verso i livelli decentrati di categoria e confederali.
Al fine di tradurre organicamente tale disegno strategico di decentramento delle risorse e valorizzazione del lavoro svolto nel territorio, è necessario rendere coerente il Regolamento della CGIL con tale assunto.Occorre superare l'attuale classificazione eccessivamente basata su una visione gerarchica rispetto all'esigenza di riconoscere più equamente professionalità, funzioni e responsabilità politiche ,tecniche e professionali, facendo coincidere direzioni generali di un livello con il livello di esecutivo immediatamente superiore.
Si rende indispensabile una forte innovazione nei processi di formazione delle decisioni che devono rispondere a due criteri fondamentali: una reale collegialità , come segno vero di democrazia e modernità, in assoluta controtendenza rispetto al plebiscitarismo e al leaderismo oggi imperanti e un rigoroso rispetto delle regole interne della vita democratica dell'organizzazione,sancito in maniera trasparente da una riforma della magistratura interna verso una terzietà della stessa.
Il gruppo dirigente attuale ,che appartiene mediamente alla stessa generazione, deve saper dunque costruire rapidamente le condizioni,per un deciso ricambio di genere e di generazione, di pluralismo etnico.
La CGIL deve quindi lanciare una grande campagna di iscrizione di massa dei lavoratori precari e discontinui alle singole categorie di riferimento. L'esperienza di NIDIL ha fatto il suo tempo: perseverare in questa modalità organizzativa non fa che rafforzare la segregazione dei giovani coinvolti e assecondare la lontananza dalle categorie. A tale proposito è anche opportuno garantire il diritto all'elettorato attivo e passivo ai lavoratori e alle lavoratrici precari/e in occasione delle elezioni delle RSU.
La CGIL deve inoltre dare l'opportunità alle lavoratrici e ai lavoratori migranti di essere protagonisti nella rappresentanza generale del lavoro, contribuendo così alla costruzione di un multiculturalismo dialogante, anche assumendo modalità organizzative differenti, all'interno delle categorie, che facilitino e incentivino l'assunzione di rappresentanza da parte dei lavoratori migranti.
L'esperienza del sindacato generale dei pensionati mantiene tutta la sua validità e va confermata e valorizzata. Tuttavia, i nuovi pensionati e pensionandi tendono a mantenere un rapporto diretto e identitario con le categorie di appartenenza,accentuato anche dal legame dato dalla previdenza integrativa che mantiene nel tempo un legame tra i pensionati e il Fondo della propria categoria di appartenenza. A tal fine è necessario costruire tra SPI e le categorie degli attivi, dei nuovi rapporti di integrazione e collaborazione anche sperimentando soluzioni che ,rafforzando lo SPI, permettano di conservare l'identità di provenienza delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per la CGIL che vogliamo occorre discontinuità, cambiamento e innovazione.
Non è tempo di teste sotto la sabbia.
Servono lucidità nell'analisi politica,coraggio e umiltà nella ricerca di soluzioni, generosità nella messa in gioco delle singole convenienze: tutte condizioni che alla CGIL non sono mai mancate nei momenti cruciali del cambiamento.