| Lavoro e povertà: una sfida per il sindacato |
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di Alessandro Genovesi Dati Istat Settembre 2010: quasi 2 milioni di lavoratori sono sotto la soglia di povertà. Questo dato interroga anche la CGIL? Il 15 luglio è stato pubblicato il rapporto Istat sulla povertà, il 31 Agosto quello sulle dinamiche dell’occupazione. Dati allarmanti che, incrociati tra loro, ci dicono (in sintesi) che in Italia vi sono 7,8 milioni di poveri relativi (con un reddito familiare cioè inferiore ai 983 euro) di cui oltre 3 milioni in condizione di povertà assoluta. Un universo in crescita, composto in gran parte da disoccupazione giovanile, disoccupazione di lunga durata, non autosufficienza delle persone anziane per circa 6 milioni di persone, ma anche da quasi due milioni tra lavoratori poveri (circa 1,4 milioni) e lavoratori in cassa integrazione. E il tutto senza considerare lavoro nero e clandestino. Sono dati che ci parlano non solo di emarginazione, fame (nel senso letterale del termine) e disoccupazione, ma anche di lavoro precario, di part-time a poche ore, di full time cui minimi salariali di per sé non bastano (pensiamo al mondo degli appalti, per esempio). Con questa ultima categoria (quella dei lavoratori poveri) che cresce più di tutte le altre (+12% rispetto all’anno prima) e che colpisce tanto il Sud che il Nord del Paese. Siamo di fronte all’implodere di un segmento, anche del lavoro dipendente, sempre più trascinato verso il basso. E se molta enfasi (giustamente) è stata data al fatto che tre milioni di famiglie sono oggi sotto la soglia di povertà, poca o nulla è stata la riflessione (anche in sede sindacale) sul fatto vi sono 2 milioni di uomini e donne che, pur lavorando, non riescono a sfamare la propria famiglia. Allora mi chiedo: è questo un tema diverso dalla crisi economica, ma soprattutto civica e politica che attanaglia il Paese? E’ questo un tema che interroga i limiti del nostro agire contrattuale quotidiano, le nostre strategie sul mercato del lavoro, sul rilancio di un modello contrattuale diverso da quello uscito dall’accordo separato del 22 Gennaio (e che anche questi dati dimostrano totalmente inadeguato)? Non è la prova che la nostra funzione, al di là dei numeri (siamo uno dei più grandi sindacati in Europa) e di auto celebrazioni, sta venendo in parte meno? Soprattutto è un tema diverso da quale modello di rappresentanza e di militanza darci per l’oggi e per il domani, visto che lavoro povero è spesso sinonimo anche di scarsa sindacalizzazione e ricatto costante? C’è la possiamo cavare solo con il “mantra” della “contrattazione sociale”, quando invece il tema è di quelli che necessitano di una riflessione e di un’azione assai più vasta ed incisiva che impatta strumenti contrattuali, interventi legislativi, riforma del welfare e dei sistemi di istruzione? Servono proposte tanto radicali nei principi quanto innovative allora, in grado di mobilitare le forze migliori del mondo del lavoro e della politica e – forse – occorre cominciare a parlare anche tra noi in maniera più seria che in passato di reddito di cittadinanza, di salario minimo legale, di nuove forme di mutualismo, di interventi anche legislativi che permettano di omogeneizzare il mercato del lavoro guardando a forme di lavoro “mobile”, dentro una proposta di riforma del modello contrattuale che superi le distinzioni merceologiche e dia diritti minimi e salariali uguali per tutti i settori e tutti i territori. Temi enormi, strategici, che il congresso non è riuscito ad affrontare e che sono tutti sul tappeto, dentro e fuori la Cgil. Perché se non si riparte dagli ultimi, da chi è ai “margini,” parlare di nuova confederalità è poco più di uno slogan, interrogarsi su modelli e alleanze qualcosa di autoreferenziale. E poiché soluzioni precostituite non esistono (o sicuramente il sottoscritto non ne conosce) mi piacerebbe che in Cgil si discutesse di questo come grande priorità (insieme al tema della democrazia) su cui incentrare una stagione di iniziative e di lotta. Perché dietro la crisi ci sono i volti, le storie, i sogni e le paure di milioni di persone in carne ed ossa che aspettano dalla Cgil una strategia chiara, praticabile ed efficace.
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