| Documento politico alternativo presentato dai componenti del CD della FLC CGIL che aderiscono alla Mozione "La Cgil che vogliamo" |
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COMPARTI DELLA CONOSCENZA: Premessa La produzione di beni immateriali - informazione, conoscenza, comunicazione - è già oggi, e lo sarà ancor più in futuro, elemento fondante del meccanismo di accumulazione del capitale, e leva strategica per decidere qualità e posizionamento dei sistemi economici, tanto che nel mondo contemporaneo la conoscenza si presenta come la più importante risorsa per lo sviluppo sociale ed economico.
I nuovi modelli di organizzazione del lavoro e della produzione di merci e servizi determinano ormai da più di un decennio una trasformazione strutturale del lavoro concreto, e del ruolo del sapere nella prestazione lavorativa; attualmente si calcola che il 60% dei lavoratori è impiegato in attività che implicano in senso lato produzione e trasmissione di sapere: sono cioè lavoratori della conoscenza, intesa nella sua forma generica, e tuttavia pervasiva dell'attività economica.
IL CONTESTO Da più di quindici anni nei settori della conoscenza i governi hanno messo in atto, sia a livello nazionale che a livello europeo, politiche miranti alla privatizzazione dell’Istruzione e della Ricerca e alla riduzione in questi ambiti del ruolo dell’intervento dello Stato. Gli effetti di tali politiche sono diversificati settore per settore, ma la causa che li ha generati è sempre la stessa: l’Istruzione si sta trasformando da diritto in servizio a domanda. Da ciò discende che lo Stato per risparmiare sulla spesa pubblica offrirà solo un servizio minimo, di livello inferiore a quello offerto oggi, mentre tutto il resto sarà a pagamento. L’obiettivo è la realizzazione di un sistema di Istruzione misto pubblico - privato dove gli enti accreditati, siano essi pubblici o privati, dovranno rispettare standard minimi e offrire a pagamento servizi facoltativi e opzionali. È necessario quindi che la FLC e la CGIL intensifichino la loro azione di contrasto alla realizzazione di tali progetti, coinvolgendo non solo i lavoratori dei settori della conoscenza, ma anche quelli di tutte le altre categorie, per difendere da questo attacco l’Istruzione statale e la Ricerca pubblica e garantire i diritti di cittadinanza e l’acquisizione consapevole dei saperi visti come aspetti del processo di crescita e di apprendimento permanente, con un’attenzione costante all’interazione ed all’educazione interculturale, che si caratterizza come riconoscimento e valorizzazione delle diversità di qualsiasi tipo. In questo senso la confederalità assume il significato e la dimensione sua propria: coniugare i fondamentali interessi generali dei cittadini con quelli parimente importanti dei lavoratori. Anche a fronte dei recenti accordi separati la conquista di una piena democrazia sindacale è sempre più urgente. In tal senso è indispensabile una norma sulla rappresentatività e sulla democrazia nei luoghi di lavoro e per quanto riguarda la FLC è necessario ribadire che piattaforme contrattuali e accordi sottoscritti debbano essere sottoposti al voto delle lavoratrici e dei lavoratori.
Alla luce degli attacchi che negli ultimi 15 anni sono stati portati al diritto allo studio, la FLC deve impegnarsi affinché sia riconosciuto a tutti il diritto all’istruzione e garantito a questo scopo la frequenza gratuita delle Scuole Statali.
SCUOLA Nella Scuola le politiche di privatizzazione dell’istruzione e di riduzione dell’intervento statale, hanno prodotto un progressivo e inesorabile impoverimento culturale della società italiana, che ha colpito in primo luogo le classi popolari, condannate a subire una perdurante esclusione dalle opportunità di mobilità sociale. L’interesse stesso dello sviluppo del Paese, anche in un’ottica capitalista, richiederebbe un innalzamento del livello culturale medio e superiore, ma le scelte che la politica compie e ha compiuto vanno in tutt’altra direzione. L’errore strategico nell’analisi si è accompagnato all’inadeguatezza della programmazione e della conduzione delle lotte. Troppo spesso in questi anni ad analisi puntuali non sono seguite tempestive iniziative di mobilitazione. Troppo spesso le lotte sono state avviate localmente dai movimenti o sono state il frutto di iniziative alle quali è mancato un coordinamento e una direzione da parte di un’organizzazione che avrebbe dovuto non solo seguirle, ma promuoverle. Ancora oggi si registra drammaticamente un’imbarazzante paralisi della FLC, che di fronte al licenziamento di almeno 25.000 lavoratori precari non è stata in grado di proclamare tempestivamente uno sciopero generale. La CGIL deve superare questa discrasia evidente tra analisi e iniziativa politico-sindacale, e improntare la sua linea di condotta a una maggior coerenza, anche in occasione della predisposizione di piattaforme per i rinnovi contrattuali, che non veda, ad esempio, da un lato la proclamazione di una lotta dura al precariato, la denuncia dei guasti di una politica di drastica riduzione del personale e contemporaneamente dall’altro l’accettazione di fatto delle riduzioni e dei tagli con la rivendicazione di incrementi salariali a compensazione degli aumenti di carichi di lavoro. Una categoria come quella della scuola, disgregata e fiaccata dai numerosi attacchi subiti, vilipesa nella sua dignità professionale, sottoposta a devastanti processi di ristrutturazione ha bisogno di un sindacato forte che abbia una strategia di breve e medio periodo, fondata sulla coerenza e la lotta, in cui possa riconoscersi per potersi risollevare.
NIDI E SCUOLE D’INFANZIA Riteniamo che il Nido d’Infanzia, essendo un servizio educativo e sociale di interesse pubblico, debba essere garantito dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni, ed essere rivolto alla collettività e non considerato tra i servizi pubblici a domanda individuale.
FORMAZIONE PROFESSIONALE L’obbligo di istruzione a 16 anni deve essere trasformato in obbligo scolastico a 18, deve cioè essere esteso e assolto solo a scuola e non frequentando percorsi di formazione professionale o integrati di istruzione e formazione professionale. Accordi come quello del marzo 2009 tra MIUR e Regione Lombardia a proposito di un’offerta integrata tra istruzione professionale statale e formazione professionale regionale sono infatti da rigettare perché mettono in discussione il sistema di istruzione nazionale e aprono la strada al federalismo scolastico. La collocazione della Formazione professionale va quindi posta nel settore della formazione di secondo livello: post-diploma, post-laurea, formazione continua e riqualificazione professionale. La Formazione professionale non deve interferire con la scuola a cui compete la fascia dell’obbligo, così come scuola e università non devono interferire con il settore della formazione professionale nella fascia del post-obbligo.
UNIVERSITA’ Nell’Università gli interventi legislativi operati nell’ultimo decennio dai governi di centro-destra e di centro-sinistra hanno perseguito fondamentalmente la riduzione del finanziamento pubblico, l’accesso dei privati e il decadimento del livello culturale complessivo. La riforma Berlinguer-Zecchino, con l’introduzione dei due livelli di laurea (sistema “3+2”) e del sistema dei crediti, ha abbassato notevolmente il livello di preparazione dei laureati, mancando, peraltro, l’obiettivo dichiarato di formare figure professionali specifiche meglio rispondenti alle esigenze delle aziende. Questa riforma, come prevedibile, ha recato vantaggio solo ai baroni: i corsi di studio sono passati da 2.444 ante riforma a 5.734. Il numero degli insegnamenti ha fatto registrare un vero è proprio boom: da 116.182 sono diventati 180.000. Inoltre questo scandalo è stato utilizzato come pretesto dal governo Berlusconi per giustificare tagli pesantissimi e indiscriminati. La spinta verso forme ibride di privatizzazione vede, per ora, come unico ostacolo la scarsa propensione da parte delle imprese a guardare alle università con un’ottica non parassitaria. Attualmente i privati hanno già un rapporto stretto con le università: commissionano e finanziano ricerche, possono finanziare addirittura delle cattedre, propongono agli studenti stage tendenzialmente non retribuiti, partecipano a fondazioni comuni. Finisce quindi la farsa dell’autonomia e del governo democratico delle università, quando studenti e lavoratori partecipavano a CdA e senati accademici in un’ottica corporativa. Coi nuovi vincoli di bilancio e con la presenza dei privati negli organi di governo la casta baronale rinuncerà a parte dei propri poteri subordinandosi al governo, alle regioni, alle principali banche e aziende del territorio. Le mobilitazioni del 2008 hanno, tra l’altro, mostrato la contraddizione tra la doverosa difesa dell’università pubblica e l’insostenibilità di un sistema baronale sempre più vergognoso. Proprio in occasione delle mobilitazioni del 2008 la FLC ha mostrato tutta la sua inadeguatezza, sbagliando la tempistica degli scioperi e scontando i suoi errori passati. La FLC, infatti, ha sostenuto in passato la riforma “Zecchino-Berlinguer”, senza mai aggiornare la sua analisi anche dopo l’evidente fallimento. Non è stata in grado di portare avanti con linearità le parole d’ordine sulla contrattualizzazione e sul ruolo unico della docenza, ma non ha nemmeno saputo proporre delle alternative. Nel pieno del movimento ha discusso delle proposte di riforma insieme ad alcuni esponenti del baronato, senza coinvolgere i tecnici-amministrativi. La FLC non ha una chiara politica sulle università e non riesce a rappresentare contemporaneamente docenti e tecnici-amministrativi. Una nuova strategia sindacale, oltre all’opposizione verso qualsiasi forma di privatizzazione, deve portare allo scardinamento del baronato, mediante l’approfondimento della riforma del sistema di reclutamento, la contrattualizzazione, l’incompatibilità tra docenza e libera professione, il ruolo unico della docenza, abolendo le attuali distinzioni tra “feudatari”, “vassalli” e “valvassini”, nonché le odiose forme di precariato. Una parte consistente delle future battaglie sarà, in realtà, condivisa con tutto il resto del pubblico impiego, e sarà finalizzata alla lotta per l’abrogazione della riforma Brunetta – Legge n. 15/2009. Per questo motivo è assolutamente necessario coordinare tutte le realtà del pubblico impiego. Le categorie interessate dovranno adoperarsi per coordinare a livello nazionale tutte le azioni di lotta contro la legge Brunetta.
RICERCA Analoga situazione si registra per gli Enti di Ricerca, in cui la precarizzazione selvaggia unita all’assenza di un piano strategico di rilancio economico – da Berlinguer a Moratti, Mussi e Gelmini – ha provocato la sostanziale paralisi della ricerca pubblica in Italia, affidandola al solo senso di abnegazione dei lavoratori. In questo quadro, finora il Sindacato non ha dato risposte adeguate alla posta in gioco. Nello sforzo continuo di annullare qualsiasi ipotesi che potesse accomunarlo alla difesa ideologica del “pubblico impiego”, si è trascinato dal balbettio alla totale immobilità, adagiato supinamente alla mentalità, questa sì ideologica e strumentale, della controparte governativa e del blocco economico-finanziario che la sostiene. La FLC deve rivendicare la centralità della ricerca e dell’innovazione tecnologica come leva centrale della crescita culturale, sociale ed economica di un paese contro chi ha solo da proporre l’“abbattimento del costo del lavoro”. Vogliamo che la ricerca sia pubblica, utile alle popolazioni più che alle multinazionali, e che venga destinata ad essa, così come a Scuola e Università, una parte consistente del PIL. E’ inoltre necessario terminare definitivamente le stabilizzazioni residue ancora pendenti in tutti gli Enti di Ricerca, Scuole ed Università. Parallelamente si deve premere perché tutte le Amministrazioni costruiscano percorsi di assunzione per tutti i lavoratori attualmente non stabilizzabili. In tal modo si favorirà la piena integrazione di tutte le forme di lavoro atipico o a tempo determinato fino ad oggi erroneamente considerate non funzionali alla vita degli Enti, rendendole organiche ai processi produttivi, alle indagini, alle ricerche. In tal modo questi lavoratori saranno liberati dai condizionamenti riflessi, prodotti dalla necessità di sottostare al ricatto ciclico di continue riassunzioni. Contemporaneamente Enti, Scuole ed Università debbono essere obbligati ad assumere unicamente attraverso contratti di lavoro subordinato continuativo a tempo indeterminato. Sul fronte delle progressioni di carriera occorre contrastare e ribaltare la visione strettamente meritocratica, rivendicando la creazione di percorsi certi per progressioni che siano legate in maniera preponderante all’anzianità di servizio.
LAVORATORI PRECARI DELLA SCUOLA Nel mese di settembre abbiamo assistito al più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica: almeno 25.000 lavoratori precari sono stati espulsi definitivamente dalla scuola. Il Parlamento ha approvato nel mese di novembre un decreto legge sul precariato nella scuola, il cosiddetto “salva precari”, che però non salverà nessuno perché a costo zero. Gli accordi sottoscritti, sempre nella stessa ottica, dal MIUR e da alcune Regioni si sono rivelati un vero e proprio attacco al CCNL: chi ha perso il lavoro è stato chiamato direttamente dai Dirigenti scolastici senza il rispetto di nessuna graduatoria, e assunto temporaneamente senza tutele e senza certezze di retribuzione.
POLITICHE SINDACALI EUROPEE La gravissima situazione che sta travolgendo tutti i settori della conoscenza non può più essere affrontata solamente in una dimensione nazionale: la difesa dell’Istruzione e della Ricerca va vissuta e realizzata in una dimensione europea. Per contrastare la realizzazione di questo progetto, dobbiamo continuare il dialogo con movimenti, associazioni, comitati di insegnanti, genitori e studenti che operano in molti paesi europei e che sono stati l’anima di tutte le azioni di protesta che si sono svolte negli ultimi anni in Italia e in Europa. Stefano Cebrelli |